Il rapporto tra il vulcano e la vite è uno dei più ancestrali e affascinanti nella storia della viticoltura. Ancora oggi, questa unione indissolubile genera prodotti unici e inimitabili, caratterizzati da una salinità inconsueta che, nel tempo, evolve in una decisa mineralità. Questi vini, spesso provenienti da paesaggi quasi lunari, da suoli estremi e vigne centenarie, sono rinomati per la loro finezza e longevità eccezionale. Le terre difficili, polverose, nere, compatte e talvolta pericolose, custodiscono una mineralità schietta e decisa. Un nerbo di freschezza e una verticalità dominante e impetuosa caratterizzano sia i bianchi, di eccellente beva ed eleganza, sia i rossi, austeri e taglienti. Sentori di erbe aromatiche, zolfo, sali e pietra focaia invitano a un viaggio "scottante" nel mondo del vino.

Etna: L'Eleganza Vulcanica della Sicilia
Alle pendici del vulcano attivo più imponente d'Europa, l'Etna, si è sviluppata negli ultimi anni una viticoltura all'avanguardia e apprezzata a livello mondiale. Colate laviche, ceppi a piede franco pre-fillossera e terrazzamenti che raggiungono i 1000 metri di altitudine definiscono un paesaggio dominato da terreni schiettamente vulcanici. Questo terroir unico, ricco di sali minerali e caratterizzato da un'eccezionale escursione termica, dona ai vini etnei una spiccata eleganza e una mineralità salina distintiva. Alcuni critici hanno accostato i rossi dell'Etna ai più fini e sottili Pinot Noir del mondo.
Lo scenario dell'Etna, con le sue sciare (pendii lavici), i basalti, i terrazzamenti, gli alberelli a piede franco e i crateri, è quello in cui il Nerello Mascalese, considerato il re dell'Etna, si esprime al meglio. Questo vitigno autoctono, la cui origine è incerta ma indissolubilmente legata al vulcano, è annoverato tra i migliori al mondo per la sua capacità di produrre vini rossi orientati verso l'eleganza, piuttosto che verso l'opulenza e la muscolarità. Sebbene alcuni lo paragonino al Pinot Nero, il Nerello Mascalese beneficia enormemente del suo terroir vulcanico. Il parco vigne, di età veneranda e disseminate in contrade, specialmente lungo il versante settentrionale dell'Etna, gode di esposizioni e altitudini invidiabili.
Vinificato in purezza, come avviene nelle versioni più aristocratiche dell'Etna Rosso, il Nerello Mascalese si presenta con un bel colore rubino, tendente al granato, e una trasparenza dovuta alla modesta quantità di polifenoli. Gli aromi sono fini, con sentori di frutta a bacca rossa e una nota speziata interessante. Al sorso, si percepisce una vivace acidità, tannini eleganti - molto pungenti in gioventù, soprattutto nelle contrade più "estreme" - e una spiccata mineralità, diretta emanazione del terroir vulcanico. Talvolta, negli Etna Rosso classici, viene assemblato con il Nerello Cappuccio, un vitigno più pronto e rotondo.

Il Carricante è l'uva bianca simbolo dell'Etna. Coltivato da sempre sugli antichi terrazzamenti del vulcano, a quelle altitudini ed esposizioni - specie lungo i versanti sud e orientale - non vocate per i rossi da Nerello Mascalese, questo vitigno dona vini di straordinaria personalità. È proprio sul versante orientale, dove il clima più rigido e le notevoli escursioni termiche giornaliere conferiscono al vino profumi e aromi intensi. Se in passato era vinificato in uvaggio con altre varietà bianche locali come la Minnella e l'Inzolia, oggi concorre generalmente in purezza all'Etna Bianco, rivelando un'eccezionale mineralità, tensione e longevità. Il vino si presenta con un colore giallo paglierino scarico. Al naso è elegante, con delicati profumi di zagara e frutta bianca, mela, agrumi e anice. Al palato, esprime una sferzante acidità e una tesissima sapidità, chiaramente vulcanica, con ritorni minerali di pietra focaia. La sua struttura, mai debordante, da vero vino di montagna, si presta sia all'affinamento in solo acciaio, per esaltarne freschezza e fragranza, sia al passaggio in legno, per privilegiare complessità e morbidezza.
VITICOLTURA E TERRITORIO DELL'ETNA
Canarie: Vini Lunari tra Africa, Atlantico ed Europa
Le Isole Canarie offrono uno scenario quasi lunare, un crocevia tra Africa, Atlantico ed Europa, che accoglie gli appassionati di vini unici. Questo arcipelago, ancora poco esplorato a livello internazionale, custodisce un tesoro di gioielli enologici. A Lanzarote, i vitigni allevati ad alberello, spesso a piede franco poiché la fillossera qui non attecchisce, sono protetti dalle correnti atlantiche all'interno di conche scavate nel suolo nero e delimitate da muretti a secco semicircolari. Passeggiare lungo La Geria, la pittoresca strada del vino di Lanzarote, significa immergersi in un paesaggio lunare a perdita d'occhio, una geometria quasi aliena.
I vini delle Canarie sono caratterizzati da una salinità minerale, a volte sulfurea, e da una salinità oceanica, marina. Le grandi escursioni termiche e le altitudini impressionanti contribuiscono a creare condizioni ideali per vitigni resistenti. Il lavoro manuale è duro, impervio ed eroico, svolto da piccoli produttori che estraggono ogni goccia di mosto da viti centenarie. Da queste condizioni estreme emerge con potenza minerale e incredibile stoffa aromatica la Malvasia locale, che si presenta secca, amabile o dolce. Insieme al Palomino e al Moscato d'Alessandria, costituisce la base dei bianchi autoctoni. Tra le uve nere, spicca il Listán Negro, che dà vita a rossi delicati e vini rosati, ma che viene oggi sperimentato in affinamento o in blend con il Syrah per ottenere maggior corpo e opulenza.

Tokaj: Il "Vino dei Re" e la Rinascita dell'Ungheria
Non si sbaglia ad affermare che dalla regione ungherese di Tokaj e dai comuni limitrofi provengono, da secoli, alcuni dei vini più grandi del mondo. Le montagne arrotondate di Tokaj, che delimitano l'immensa piana ungherese, sono antichi vulcani spenti. Esportati sin dal Cinquecento, i vini di Tokaj furono considerati fino all'Ottocento i più nobili d'Europa, tanto da comparire in ogni banchetto regale e da essere definito "vino dei re" da Luigi XIV di Francia.
Nella sua versione tipica, l'Aszú, il Tokaji è un vino dolce da uve muffate, prodotto mescolando mosto fresco e mosto da uve botritizzate in quantità variabile, definita "puttonyos". Segue una lentissima fermentazione e un lungo affinamento in botti di rovere da 136 litri. Questo processo spiega il successo del Tokaji classico, che oggi rinasce dopo la collettivizzazione sovietica, anche grazie a una rilettura meno stucchevole e ossidativa rispetto al passato. Parallelamente, si assiste a una grande valorizzazione del Tokaji secco.
Il vitigno principale è l'autoctono Furmint, resistente al freddo e molto idoneo a ricevere la muffa nobile (Botrytis cinerea). È anche capace di sviluppare notevoli aromi minerali di idrocarburo e pietra focaia, trasformandosi in vini bianchi (secchi o amabili da vendemmia tardiva) di straordinaria longevità.

Il Soave e l'Alto Piemonte: Antichi Vulcani del Nord Italia
Tra i più grandi bianchi italiani, il Soave, frutto più pregiato della maestosa Garganega, rappresenta il tipico vino vulcanico settentrionale. È un territorio stupendo, caratterizzato da dolci colline che nascondono crateri spenti e un suolo vulcanico inframmezzato, come in un mosaico variabile, da componenti calcaree, alluvionali, sabbiose e basaltiche. La Garganega, pur non essendo un'uva particolarmente aromatica, possiede un ventaglio di profumi che oscilla con decisione e grande eleganza dal fiore bianco alla mandorla, talvolta con un nerbo citrino. Questi elementi conferiscono al vino non solo un'eccellente persistenza, che non stanca mai, ma anche una sensazionale longevità, tale da garantire alle grandi bottiglie di Soave una conservazione superiore ai dieci anni. La Garganega è un vitigno tardivo, caratterizzato da buona acidità e un eccellente equilibrio tra struttura, in genere agile e snella, e morbidezze.
Il Nord Piemonte, vitato a Nebbiolo ben prima delle Langhe, ha subito una drastica riduzione del suo patrimonio viticolo negli ultimi cento anni, perdendo circa il 90%. I vigneti attuali appaiono abbarbicati a pendenze eroiche e spuntano improvvisamente all'interno di radure nei fitti boschi di questa zona, tra le province di Novara, Vercelli e Biella. Qui, il Nebbiolo di Boca, Gattinara, Ghemme, Bramaterra e Lessona acquisisce un carattere inconfondibile. Merito delle esposizioni, delle altitudini considerevoli e del clima teso e nebbioso, ma soprattutto dei suoli. Pur frammentato in molte piccole denominazioni, il comprensorio del Nord Piemonte insiste infatti quasi interamente su terreni vulcanici derivanti dalla preistorica esplosione di un cratere che ha disseminato il suolo di una decisa componente porfidica. Si tratta di suoli poveri e minerali, ideali per la produzione di grandi vini.

Dal Vesuvio al Vulture: i Vulcani del Sud e i Loro Vini
Dai Castelli Romani, a sud della capitale, fino al massiccio del Vulture, in alta Basilicata, tutto il centro-sud italiano costituisce un'unica e estesissima area vulcanica. Il Frascati, con i suoi splendidi cru vulcanici nelle campagne dell'otium romano, è oggi annoverato tra i più grandi bianchi italiani: verticale, minerale, ma anche carezzevole nella bella aromaticità dell'autoctona Malvasia Puntinata.
Il grande segreto dell'eccellenza campana, oltre alla storia e alle numerosissime varietà, risiede nei terreni e nei climi. Poche regioni vantano così tanti comprensori vulcanici: anfiteatri naturali che, come noto, regalano vini interessanti per mineralità e longevità. Verso la costa, la Falanghina trova dimora in un importante comprensorio vulcanico: i Campi Flegrei. Qui, questa varietà acquisisce una maggiore finezza, tensione e, a tratti, nervosismo in gioventù, con un'esuberante mineralità. Si tratta forse della Falanghina più grande, capace di evolvere splendidamente in bottiglia per alcuni anni. I Campi Flegrei, zona di soffioni vulcanici intorno a Pozzuoli, regalano anche un altro grande autoctono campano: il Piedirosso. Tra i bianchi, la Biancolella, uva autoctona dell'isola di Ischia, ha raggiunto un livello sublime. Specialmente nei cru eroici situati nella parte sud-occidentale dell'isola, la Biancolella, coltivata su rocce di minerale verdognolo di origine vulcanica, esprime una complessità olfattiva e una ricchezza in estratto ormai di livello internazionale.
Da Napoli verso la Penisola Sorrentina si incontrano i vini del Vesuvio. Questo comprensorio, naturalmente vulcanico, produce sia bianchi - in particolare da uve Coda di Volpe, semplici ma piacevoli e di buona acidità - sia rossi, dal tipico uvaggio di Aglianico e Piedirosso. Le testimonianze di Orazio, originario di Venosa, e di Plinio attestano come già nell'antichità il centro propulsivo e qualitativo della viticoltura lucana fosse la parte settentrionale della regione, verso il Vulture: un gigantesco vulcano spento che ospita il comprensorio più vocato. Intorno al Vulture, innevato d'inverno e con viti che si spingono oltre i 600 metri di altitudine, cittadine come Melfi, Rionero e Barile sono considerate i veri cru dell'Aglianico locale. L'Aglianico, uva ostica, qui come in Irpinia, è nervosa e pimpante in gioventù, ma nel lungo affinamento regala sensazioni straordinarie per struttura, eleganza, sottigliezza e classe del tannino. I suoli vulcanici di questa zona, con inserti tufacei e argilloso-calcarei, rappresentano uno scenario incredibilmente perfetto per la produzione di un Aglianico dalla personalità unica, forse il più grande e valorizzato rosso del Sud. Contemporaneamente, si stanno recuperando le antiche cantine del "Sheshë" a Barile, scavate cinque secoli fa dagli Arbëreshë e tuttora visitabili con le loro suggestive pareti in pietra nera lavica.

Pantelleria ed Eolie: L'Altra Sicilia Vulcanica
Alcune isole minori della Sicilia, come Pantelleria e le Eolie, hanno origine vulcanica, come ben si evince dalla disposizione geologica del territorio, dai crateri e dalle spiagge nere. Non a caso, si tratta dei comprensori vitivinicoli più importanti al di fuori della "terraferma". Rispetto alla famiglia delle Malvasie, quella delle Isole Eolie sembra avere una storia diversa. Meno potentemente aromatica, deve essere giunta nell'arcipelago in epoca antica, verso il 588 a.C., per merito dei Greci che colonizzarono la Sicilia. Secondo alcuni, sarebbe parente del vitigno con cui si produce il Greco di Bianco in Calabria. Infatti, anche la Malvasia delle Lipari trova nella versione passita la sua massima espressione, tutelata dalla DOC omonima. Un vino che, alla concentrazione zuccherina e ai caratteristici profumi di scorza d'arancia, zagara, canditi, dattero dolce e caramello, unisce una splendida trama minerale, tipica del comprensorio marino e vulcanico.
Un discorso a parte merita la DOC Pantelleria, che abbraccia l'isola vulcanica al largo della costa agrigentina. Qui, su terreni scavati dai venti e dai crateri, o su eroici terrazzamenti a picco sul mare, si coltiva lo Zibibbo in antichi alberelli, spesso franchi di piede. Tipologia di Moscato dalla leggera aromaticità, lo Zibibbo viene vinificato secco, dando vita a un bianco di estrema mineralità iodata, oppure dolce, sia in vendemmia tardiva sia dopo appassimento: è il celebre Passito di Pantelleria, Patrimonio dell'Umanità UNESCO. Sferzati dal vento e dal sole, i grappoli appassimento per un periodo variabile a seconda dello stile del produttore. Secondo un'antica tecnica, alcuni vinificano il passito utilizzando un saldo di vino da uve fresche per garantire la giusta acidità al prodotto.
Negli ultimi anni, i vini vulcanici stanno riscuotendo un successo crescente. La loro particolarità risiede nella capacità di esprimere terroir unici e irripetibili. I vini vulcanici italiani, forti anche di una viticoltura artigianale consolidata da secoli, possiedono un "quid" in più rispetto agli altri. I vulcani non regalano nulla, ma con passione e dedizione ripagano generosamente. Infatti, nonostante le pendici dei vulcani siano territori ostili al lavoro umano, a causa della loro inclinazione e della durezza delle rocce, il loro suolo è estremamente vocato alla coltivazione, soprattutto del vino. L'abilità italiana in campo agricolo non è mancata in questo contesto. Grazie a un duro e secolare lavoro di modellamento delle superfici, che ha richiesto imponenti opere di terrazzamento, i paesaggi vulcanici del nostro Paese sono stati trasformati in vere e proprie opere d'arte.
I vini vulcanici, prevalentemente bianchi, sono caratterizzati da una complessità e sapidità difficilmente raggiungibili da altri suoli. Le regioni vulcaniche nella penisola italiana sono molte più di quanto si possa immaginare. Ci sono infatti diverse aree dove, milioni di anni fa, vi erano vulcani attivi, come quelle del Piemonte e della pianura padana. Vi sono poi aree come la Campania, con il Vesuvio, o la Sicilia, con l'Etna, lo Stromboli e Vulcano, dove l'attività vulcanica è ancora attiva e ben presente. L'Etna rappresenta, senza dubbio, il punto di riferimento nella produzione dei vini vulcanici, e non a torto. Tra le altre zone italiane degne di nota, è impossibile non citare i Castelli Romani e i Colli Albani, da cui nasce il Frascati, e i Campi Flegrei in Campania, nell'area del Vesuvio. In Italia, i "vini vulcanici" provengono da aree con un forte passato o presente vulcanico. Il terreno, ricco di minerali derivanti dall'attività vulcanica, conferisce a questi vini caratteristiche uniche, creando una stretta connessione tra il vino, il territorio e la sua composizione del suolo. La connessione tra i vini e il loro terroir vulcanico è un'espressione emblematica di come il concetto di terroir influenzi carattere e qualità del vino.
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