Bolognani: Un Viaggio nella Storia e nella Passione del Vino

La storia di un'azienda vinicola è un racconto intrecciato con la terra, le generazioni e l'evoluzione della passione per il vino. Nel caso della famiglia Bolognani, questo racconto si dipana attraverso decenni di dedizione, innovazione e un profondo rispetto per la tradizione. Dalle umili origini di un podere acquistato nel dopoguerra alla sofisticata produzione di vini che celebrano la terra e la poesia, la storia dei Bolognani è un affascinante percorso che merita di essere esplorato.

Le Radici: Il Podere di Prato di Correggio e il Nonno Renato

Ogni grande storia ha un punto di partenza, un momento in cui i semi del futuro vengono piantati. Per i Bolognani, questo momento è immortalato in una vecchia fotografia. Essa ritrae il nonno Renato, insieme a Natalino, Bruna e sua moglie Vienna, davanti al podere di famiglia a Prato di Correggio. Questo terreno fu acquistato alla fine della Seconda Guerra Mondiale, un periodo di ricostruzione e di nuove speranze. Fu in questo contesto che la famiglia decise di intraprendere la coltivazione della vite, piantando i primi vigneti con barbatelle americane. Queste vennero poi innestate con le varietà autoctone Ancellotta, Salamino e Marani, seguendo la saggezza della tradizione locale. In un'epoca in cui le risorse erano scarse, il nonno Renato iniziò a vinificare in casa, creando vino per il consumo familiare, mentre l'uva in eccesso veniva conferita alla Cantina Sociale del paese. Questa pratica, dettata dalla necessità, pose le basi per quella che sarebbe diventata un'eredità vinicola.

Nonno Renato e la famiglia davanti al podere

L'Eredità di Fausto e Simona: Innovazione e Poesia

Il testimone passò poi a Fausto, che nel 2012 prese le redini dell'azienda, guidato dal sostegno di Simona e con uno sguardo proiettato verso il futuro. La loro gestione ha segnato un'importante fase di rinnovamento. I vigneti sono stati modernizzati, adottando un impianto a spalliera semplice, che consente una gestione più efficiente e meccanizzata. Questa scelta non è solo una questione di praticità, ma riflette una visione che unisce la cura per la terra con le tecniche più avanzate.

Ciò che distingue ulteriormente i vini Bolognani è la loro intrinseca connessione con l'arte e la riflessione. Ogni vino è concepito come un'opera d'arte della terra, un invito a fermarsi, a sentire e a condividere momenti di gioia attraverso il connubio tra gusto e pensiero. Questa filosofia si traduce in una scelta unica: l'apposizione di una poesia sull'etichetta frontale di ogni bottiglia.

Le poesie, brevi ed esistenzialiste, sono opera del giornalista Giuliano Bugani. Bugani, che ha iniziato la sua carriera di scrittore nel 1981 con Roberto Roversi, parte del celebre Gruppo 63 con figure come Pasolini, Sanguinetti e Guglielmi, esprime gratitudine a Fausto per l'opportunità di vedere le sue creazioni adornare le etichette. Le sue parole, dense di significato, aggiungono un ulteriore strato di profondità all'esperienza del degustatore, trasformando ogni sorso in un momento di contemplazione. Le poesie, come "Mi devo ricostruire. Appalto al destino. Subappalto a me stesso," evocano un senso di introspezione e di ricerca personale, eco della complessità della vita che si riflette nella complessità dei vini.

II Metodo Martinotti (o Charmat), spiegato semplicemente

La Tecnica: Il Metodo Martinotti/Charmat

La vinificazione dei prodotti Bolognani è spesso legata al Metodo Martinotti, noto anche come Metodo Charmat. Questo metodo, che prende il nome dall'astigiano Federico Martinotti che ne ideò il processo e da Eugéne Charmat che ne brevettò l'attrezzatura, è fondamentale per la produzione di molti spumanti. Il processo inizia con vini bianchi fermi che, dopo una prima fermentazione per la produzione del vino base, subiscono una seconda fermentazione. Questa avviene in autoclavi di acciaio, recipienti chiusi, a temperatura e pressione controllate, con l'aggiunta di lieviti e zucchero. È grazie a questa seconda fermentazione in ambiente pressurizzato che si sviluppano le bollicine caratteristiche degli spumanti, preservando al contempo gli aromi fruttati e floreali del vino. Questo metodo è particolarmente adatto per vini che puntano sulla freschezza e sull'esuberanza aromatica, come spesso accade per i Lambruschi e altri spumanti italiani.

La Tradizione Familiare: Da Morlini Fortunato ai Giorni Nostri

La storia dei Bolognani si inserisce in un contesto più ampio di tradizioni familiari che affondano le radici nel tempo. L'azienda agricola di famiglia, fondata all'inizio del '900 da Morlini Fortunato, è gestita da tre generazioni. Fausto e Simona portano avanti questa eredità, che in origine si dedicava anche alla produzione di miele, un settore che nel tempo è cresciuto e si è consolidato. Questa diversificazione iniziale dimostra una profonda connessione con la terra e le sue risorse, un approccio olistico che ha plasmato l'identità dell'azienda.

Il Lambrusco: Un Legame Indissolubile con la Terra

In questa terra, il Lambrusco ha radici profonde. Coltivato fin dall'antichità, questo vino rappresenta l'essenza della cultura enologica della regione, unendo tradizione e innovazione. Il Lambrusco, spesso erroneamente considerato un vino semplice, è in realtà un vitigno estremamente versatile, capace di dare vita a versioni secche, amabili e dolci, con differenti profili aromatici e di struttura. La sua capacità di adattarsi a diversi terreni e climi, unita alla sua storicità, lo rende un pilastro dell'identità enogastronomica emiliana e non solo. La vinificazione con Metodo Martinotti è spesso la scelta prediletta per esaltare la sua vivacità e la sua schiuma, rendendolo un vino conviviale e apprezzato.

La Cantina Bolognani di Diego, Sergio, Renzo e Lucia: Una Storia di Famiglia e Territorio

Un altro ramo della famiglia Bolognani è rappresentato dall'azienda gestita dai fratelli Diego, Sergio, Renzo e Lucia. Cresciuta con il supporto della madre Armida, questa realtà ha le sue radici nell'anno 1952, quando il padre Nilo acquistò la sede storica. Gli stabili, sempre destinati alla cantina, furono edificati tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento, testimoniando una lunga storia di produzione vinicola.

Questa cantina si dedica principalmente alla produzione di vini bianchi, utilizzando uve provenienti dalle zone collinari di Lavis, Val di Cembra e Trento. Una parte significativa delle uve viene acquistata da contadini locali, con i quali si sono instaurati rapporti di collaborazione solidi e duraturi nel corso dei decenni. Questo approccio, che integra la produzione propria con l'acquisto di uve da viticoltori fidati, garantisce sia la qualità che la sostenibilità della filiera.

A partire dalla vendemmia del 1986, l'azienda ha iniziato a effettuare piccole selezioni direttamente in vigna, destinando queste uve a una produzione limitata e di alta qualità. Il numero totale di bottiglie prodotte si aggira intorno a poche decine di migliaia, un quantitativo che riflette una scelta di focalizzazione sulla qualità piuttosto che sulla quantità. Tra le loro produzioni si menzionano vini come "Armìlo", derivato dalla fusione armonica del nome della madre Armida e del padre Nilo, e "Gabàn Cabernet-Merlot", descritto come l'apice della loro produzione.

Moncalisse: Un Progetto di Visione e Memoria

In un contesto diverso, ma ugualmente affascinante, emerge il progetto Moncalisse. Nato nel 2016, questo progetto è il frutto della visione delle sorelle Walch, figlie di Elena, che hanno deciso di spingersi oltre la tradizione familiare. L'obiettivo era quello di creare un luogo che coniugasse altezza, memoria e visione, un luogo dove il vino non fosse solo prodotto, ma raccontato.

Moncalisse si estende su dodici ettari, immersi in un anfiteatro naturale a seicento metri sul Monte Calisio. Questo altopiano, dove la luce è più chiara e l'aria più sottile, custodisce storie antiche legate alla sua geologia, con rocce porfiriche e metamorfiche che creano un mosaico di suoli complessi e vivi. La terra stessa, con la presenza di coppelle rupestri risalenti all'età del Ferro e del Bronzo, testimonia una sacralità del luogo riconosciuta fin dall'antichità.

Al centro di Moncalisse pulsa una parcella di Chardonnay di oltre settant'anni, un vigneto che incarna la finezza del tempo e la cura del gesto umano. La guida tecnica del progetto è affidata a Stefano Bolognani, enologo che accompagna Moncalisse fin dai suoi esordi. Il suo approccio è caratterizzato da un rigoroso rispetto per la sostenibilità: nessun erbicida, nessun diserbante, ma solo ascolto e cura per il territorio.

La cantina stessa è un'opera d'arte, interamente scavata nella roccia. È un organismo vivo che respira con il territorio, mantenendo una temperatura costante, una luce minima e sfruttando l'energia naturale. È una culla di pietra dove il tempo lavora lentamente, permettendo ai vini di esprimere al meglio la loro complessità. La visione internazionale di Odilon de Varine, esperto di bollicine francesi, completa il progetto, portando un'ulteriore prospettiva di eccellenza.

Il Moncalisse 2017 Extra Brut "Montis Arcentarie" è un esempio di questa filosofia. Affinato per l'80% in acciaio e per il 20% in barrique usate, dove il legno accompagna senza mai sovrastare, questo spumante presenta un'ampia struttura, un'acidità luminosa e una chiusura elegantemente amaricante. Con 80 mesi sui lieviti e sboccatura prevista per il 2025, è una riserva che racchiude la pazienza del tempo e la forza del silenzio. Questo progetto, guidato dalla convinzione che l'identità non si inventa ma si custodisce, è un sogno diventato realtà per Julia e Karoline Walch, un amore a prima vista per un luogo ideale che esprime la raffinatezza del Trentodoc.

La "Spia d'Italia": Un Modello di Agriturismo e Storia

La storia dei Bolognani si intreccia anche con realtà che, pur non essendo strettamente cantine vinicole nel senso tradizionale, hanno una profonda connessione con la terra e la sua valorizzazione. Un esempio notevole è l'azienda agricola "Spia d'Italia" a Lonato. Nata nel 1700 come giardino di caccia, questa tenuta ha avuto un ruolo storico durante le battaglie di San Martino e Solferino, diventando quartier generale dell'esercito piemontese. Dai primi anni '60, si è affermata come un'azienda agrituristica di successo, diventando un modello studiato per il suo approccio innovativo.

La classe 5ªA dell'Istituto tecnico Luigi Bazoli, indirizzo Igea di Desenzano, ha dedicato un intero anno scolastico allo studio di questa realtà, coordinata dalla professoressa Guia Bolognani. La ricerca ha esplorato non solo gli aspetti storico-geografici, ma anche la normativa nazionale e regionale sull'agriturismo, la contabilità della "Spia d'Italia" e ha incluso un'intervista al titolare, Andrea Guetta.

I primi interventi nell'azienda riguardarono la ristrutturazione della vecchia casa colonica, una villa del 1800 denominata "Spia d'Italia" per la sua posizione panoramica che permetteva di osservare i movimenti in pianura. Venne anche realizzato un pozzo per l'irrigazione dei campi del "Tiracollo", un'innovazione che segnò una svolta. Seguirono la costruzione di moderne stalle e fienili, mentre la vecchia stalla risorgimentale fu trasformata in cantina per la produzione di vino, già allora di ottima qualità.

Nel 1973, Andrea Guetta succedette al padre Luigi. Il settore vinicolo fu potenziato, ma nel 1996, a seguito delle vicende legate alle quote latte, l'azienda decise di abbandonare il settore lattiero-caseario. Le stalle furono riconvertite in scuderie e maneggio, dando il via a una politica di turismo equestre. Le attuali sale da pranzo sono il risultato di un'accurata ristrutturazione dei locali esistenti. Oggi, l'azienda agricola "Spia d'Italia", con i suoi 15 dipendenti, offre una varietà di esperienze, tra cui vini Doc, degustazioni di prodotti locali e passeggiate a cavallo tra i boschi e le colline del basso Garda.

Fabio Italiano: Un Percorso di Passione e Conoscenza

La figura di Fabio Italiano, classe 1968, rappresenta un altro tassello nel vasto mosaico delle storie legate al vino e alla famiglia. Nato e cresciuto nella cantina del ristorante di famiglia, ha avuto l'opportunità unica di conoscere alcuni dei migliori vini del mondo grazie a suo padre. Ha avuto tra le mani etichette prestigiose, dal Sassicaia (allora ancora Vino da Tavola) ai cru di Barbaresco di Angelo Gaja, fino a Château Margaux, Château Lafite Rothschild e Petrus.

Nonostante la passione per il vino, Fabio ha intrapreso un percorso accademico diverso, laureandosi in Ingegneria presso l'Università degli Studi di Palermo. Tuttavia, il legame con il mondo del vino è rimasto forte. Il 23 novembre 1998, giorno del suo trentesimo compleanno, si è trasferito in Olanda per amore, dove vive tuttora con la moglie e i due figli. La sua esperienza personale, arricchita dalla conoscenza dei grandi vini e dalla formazione ingegneristica, offre una prospettiva unica sulla complessità e sulla bellezza del mondo enologico.

In conclusione, la storia della famiglia Bolognani e delle realtà ad essa collegate è un affresco ricco e sfaccettato. Dalle radici contadine alla ricerca dell'eccellenza, dall'innovazione tecnologica all'abbraccio con l'arte e la poesia, ogni capitolo di questa narrazione è intriso di passione, dedizione e un profondo amore per la terra e per il vino che essa produce. È una storia che continua a evolversi, mantenendo saldo il legame con il passato ma con lo sguardo sempre rivolto al futuro.

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