La storia delle "cantine sociali" e, più in generale, della produzione vinicola in una terra ricca di tradizioni come l'Agro Aversano, è intrinsecamente legata alla cultura, all'identità e alla spiritualità delle comunità che la abitano. La fertile Terra di Lavoro, un tempo celebrata dai Romani come "Campania Felix" per la sua dolcezza climatica, la fertilità del suolo e la magnificenza dei paesaggi, ha visto fiorire nei secoli una viticoltura appassionata e sagace. Gli agricoltori, con una "cura" che in latino significa "avere a cuore", hanno saputo preservare e valorizzare questo inestimabile patrimonio, lasciando in eredità generazioni di saggezza antica.
Un Patrimonio di Saggezza Antica: Dalla Fertile Terra di Lavoro ai Vini di Papi
La Terra di Lavoro, con le sue caratteristiche ambientali uniche, ha sempre offerto un terreno fertile per la coltivazione della vite. Fin dai tempi più remoti, questa regione ha prodotto vini rinomati, celebrati per la loro eccellenza. Tra questi spiccano il Falerno, il Greco e il Faustiniano, vini che hanno adornato le tavole di Papi, Re e Imperatori, testimoniando la loro importanza storica e qualitativa. La Campania, ancora oggi, vanta una notevole produzione vinicola, con quattro vini a Denominazione di Origine Controllata e Garantita (DOCG) - Fiano, Greco di Tufo, Taurasi e Aglianico del Taburno - e ben quindici vini a Denominazione di Origine Protetta (DOP/DOC) regionali, confermando la sua posizione di rilievo nel panorama enologico italiano.

Il vino, fin dall'antichità, è stato un simbolo potente, rappresentando non solo un dono di ospitalità, ma anche uno strumento evocativo nelle narrazioni. Nell'Odissea, Omero descrive come Ulisse offrì il suo "nero vino" al ciclope Polifemo, evidenziandone il potere di suscitare piacere ma anche inganno. La lirica greca, a partire dal settimo-sesto secolo a.C., con poeti come Alceo, individua nel vino un rimedio per il dolore, una fonte di conforto contro le avversità della vita, capace di scacciare il freddo invernale e rinfrescare durante la calura estiva. Virgilio, nelle sue Georgiche, dedica un intero libro alla coltura della vite, lodando la fertilità del suolo italiano. Orazio, nelle sue Odi, invoca il vino per sciogliere il freddo e celebrare le vittorie, come quella su Cleopatra, esortando a brindare con gioia. Anche il Vangelo fa riferimento alla vite e al vino, con Cristo che si definisce la "vite" e i suoi discepoli i "tralci", metafora di un legame profondo e vitale.
L'Agro Aversano: Culla dell'Asprinio, un Vino Unico al Mondo
Nell'area geografica dell'agro aversano, un tempo parte della "Liburia", si nasconde una "terra promessa" ricca di storia e tradizioni. Qui, accanto alla celebre mozzarella, l'"oro bianco" scoperto dai Borboni, un vino unico al mondo ha saputo conquistare palati e storie: l'Asprinio. La sua origine si perde nell'epoca etrusca, con la possibile presenza di una "vitis silvestris" che produceva un vino dal sapore volpino, frizzante e dissetante. Altri storici lo fanno arrivare in Campania al seguito del Re di Francia Luigi XII nel XVI secolo.
L'unicità dell'Asprinio risiede nella sua particolare uva e nel suo metodo di coltivazione. Le viti, bionde e abbondanti, furono selezionate dagli Angioini, che ben conoscevano le qualità dei vini prodotti da viti assistite nel loro sviluppo in altezza. Nacque così la tradizione delle "viti maritate", dove i tralci si appoggiavano ai pioppi, raggiungendo altezze eccezionali, a volte oltre i dieci metri, una rarità nel panorama vitivinicolo.
A "Kaya" con Raffaele Magliulo alla scoperta dell'Asprinio d'Aversa
La Vendemmia e l'Arte della Vinificazione: Profumi e Sapori che Ispirano
Il tempo della vendemmia, "a vennegna", era un momento di festa e di grande operosità. Vendemmiatori esperti, i "vilignatori", con lunghe e sottili scale, gli "scalilli", e caratteristici panieri, raccoglievano i grappoli d'uva. I gestori delle "cantine" provvedevano poi alla pressatura degli acini con il torchio, "o trocchio", da cui fuoriusciva il prezioso liquido. Questo veniva conservato in botti, sistemate nelle grotte di tufo, "abbascio 'a rotta", scavate fino a 10 metri di profondità. La discesa in queste grotte, illuminate solo dal "lume di grotta", era un'esperienza suggestiva.
Il profumo intenso che si diffondeva per le strade durante la vendemmia ispirò persino il poeta Giosuè Carducci, che nei suoi versi di "San Martino" immortalò "…per le vie del borgo dal ribollir de’ tini va l’aspro odor dei vini l’anima a rallegrar…". La "vinaccia", residuo della vinificazione, era utilizzata per preparare vinelli, distillati, mangimi e combustibili. Anche la feccia, deposito melmoso del vino, trovava impiego come fertilizzante.
L'Alberata Aversana: Un Patrimonio di Enologia Eroica
I giorni della vendemmia erano uno spettacolo di abilità ed equilibrio. I vendemmiatori, veri e propri equilibristi, utilizzavano scale personali, strette e lunghe una decina di metri, con pioli posizionati su misura per la loro gamba. Questi "acrobati", agili e leggeri, si muovevano con destrezza per staccare i grappoli. L'uva veniva raccolta in un cestello, la "fascina", che finiva a punta e si adattava alla larghezza della scala, facilitando il trasporto.
La particolare modalità di coltura dell'Asprinio, con le viti che si sviluppavano in altezza, permetteva ai grappoli di maturare gradualmente, assumendo una colorazione giallo-verdognola e dorata grazie al calore del sole. Questo metodo di impianto e raccolta rappresenta un patrimonio inestimabile dell'enologia campana, capace di coniugare la conformazione geologica del sottosuolo con la capacità dell'uomo di interpretarne le potenzialità.

Cantine e Osterie: Luoghi di Incontro e di Tradizione
Come si consumava questo vino al di fuori della tavola domestica? Le cantine, spesso osterie o bettole, servivano il "nettare divino" in classiche bottiglie bianche da un quarto, mezzo o un litro. Alcuni amavano mescolarlo con la "gazzosa", una bibita che facilitava la digestione e, come avrebbe detto Dante, "del cul facea trombetta!". In cantina ci si ritrovava per discutere, giocare a carte e sorseggiare vino, giustificandosi con il detto popolare: "'u vin' è 'u latt' de' viecchi" (il vino è il latte dei vecchi).
Talvolta, le cantine offrivano anche un servizio di trattoria, accogliendo avventori di passaggio. Per il vino, si raccomandava all'oste di attingere dalla "botte piccola", in omaggio al detto: "Nella botte piccola c'è il vino buono". Questo modo artigianale di produzione e vendita, sebbene sostituito da attrezzature moderne, è testimoniato dagli attrezzi ancora ritrovati nei cortili delle cantine: torchi, pigiatrici, tini, botti, bottiglie, damigiane, fiaschi, tappi e imbottigliatrici. Questi elementi confermano le grandi capacità dei nostri antenati di coltivare la terra con amore e dedizione.
L'Asprinio di Aversa: Dalla DOC all'Apprezzamento Internazionale
Dopo un lungo percorso di conferenze, audizioni e convegni, l'Asprinio di Aversa ha finalmente ottenuto la Denominazione di Origine Controllata (DOC). Questo inebriante nettare, prodotto principalmente nei comuni dell'agro aversano e in alcuni della provincia di Napoli, copre oltre un migliaio di ettari, con una produzione annua di oltre diecimila quintali. L'Asprinio può essere proposto anche come "spumante", nelle versioni "demi-sec" e "brut", con un profumo tipico ed elegante, un "perlage" sottile e invitante, perfetto per accompagnare antipasti, piatti di pesce, crostacei e molluschi.
L'Asprinio di Aversa non è apprezzato solo in Campania, ma anche da grandi enologi e raffinati intenditori come Luigi Veronelli e Mario Soldati, che ne hanno elogiato le qualità nelle loro pubblicazioni. La sua freschezza e asprezza, dovute all'acidità, lo rendono delicato e con una spuma persistente nella versione spumante DOC. Il colore giallo con lievi riflessi smeraldo lo rende fragrante, dissetante e capace di rinfrancare dalla fatica, grazie alla sua leggerezza che permette di berne qualche bicchiere in più senza ubriacarsi.
Un Patrimonio da Preservare: Le Cantine Storiche e i Produttori di Asprinio
La tradizione enologica di Aversa è viva e pulsante, con molte famiglie dedite alla cura e produzione del vino. La famiglia Menale, ad esempio, porta avanti da generazioni amore e passione per il vino, con Carlo Menale che continua la tradizione da oltre trent'anni nella sua Enoteca "Il Vino". Qui si possono trovare vini sfusi di prima qualità, collezioni di bottiglie ricercate, annate speciali e vini rari, esaltando i prodotti del territorio. La cantina in tufo, profonda circa 15 metri, offre un'esperienza unica per ripercorrere la storia della famiglia e del vino Asprinio.

Le "Alberate Aversane", con l'uva asprinio che penzola da oltre 15 metri, sono un intreccio di tralci che legano la storia millenaria della Campania all'Agro Aversano. Queste alberate non sono solo un paesaggio, ma storia, leggende e tradizioni che raccontano l'evoluzione di questo vino eroico. Le prime tracce risalgono all'epoca romana, con Plinio il Vecchio che menzionò un vino asprinio prodotto nella fertile pianura campana. Nel Medioevo e nel Rinascimento, l'Asprinio d'Aversa consolidò la sua presenza sulle tavole grazie ai monaci e alla nobiltà.
L'Asprinio d'Aversa è una testimonianza della ricca eredità enologica della Campania, incarnando tradizione e innovazione. Le Alberate Aversane, le "viti maritate" e gli ipogei di tufo dove il vino matura, sono parte integrante del paesaggio aversano e della sua emozionalità. La caparbietà e la testardaggine di alcuni produttori hanno permesso di salvare questo vino dall'oblio, nonostante gli altissimi costi di coltivazione e lavorazione. Se negli anni '90 i viticoltori erano solo 5, oggi sono circa 18, con una produzione che sfiora le 315.000 bottiglie, rimanendo una preziosa nicchia del mondo vitivinicolo.
Tra i produttori che custodiscono questa tradizione, spiccano:
- Cantine Caputo 1890: Tramanda da quattro generazioni, interpreta la biodiversità enologica campana, senza mai abbandonare l'Asprinio d'Aversa.
- I Borboni: Già proprietari nel '700 di vigneti di asprinio, la famiglia Numeroso ha sperimentato la spumantistica e ottenuto la DOC nel 1983. Le loro cantine ipogee scavate a 20 metri di profondità custodiscono vini unici.
- Cantine Magliulo: Storica famiglia di Frignano, produce vino da Alberate Aversane, maturato in grotte scavate nel tufo.
- Salvatore Martusciello: Ha sempre creduto nei "vitigni minori", in particolare nell'Asprinio d'Aversa.
- Vestini Campagnano: Professionisti appassionati che hanno ripreso la coltivazione di vitigni legati al territorio, tra cui l'asprinio.
- Drengot: Utilizza esclusivamente uva Asprinio proveniente dai pochi ettari coltivati ancora secondo la tradizione delle Alberate Aversane.
- Masseria Campito: Ha ripreso la coltivazione dell'Alberata Aversana, con impianti a spalliera.
- Palazzo Marchesale: Le famiglie Benfidi e Vanacore producono Asprinio da terreni di loro proprietà a Villa di Briano fin dai primi dell'800.
- Cavasete: Giuseppe Luongo, enologo e proprietario, porta avanti una tradizione familiare di tre generazioni di coltivatori di asprinio.
- Masseria I Santi: Quattro fratelli Zagaria imbottigliano il loro vino, omaggiando con il nome "15 metri" l'altezza caratteristica della coltivazione dell'uva asprinio.
- Aia delle Monache: Coltiva vitigni autoctoni casertani, con vigne che affondano le radici nelle arenarie di Caiazzo.
- Carlo Menale: Custodisce il suo asprinio in un profondo antro sotterraneo scavato nel tufo, seguendo l'antica consuetudine dell'agro aversano.
- Novantanovesima Grotta: Giovane cantina che ha ripreso la tradizione familiare della produzione di Asprinio d'Aversa a Cesa, nota per le sue 99 grotte di tufo.
- Consorzio Ager Asprinio: Nato per promuovere e valorizzare il territorio della DOC Aversa e preservare le antiche tradizioni vitivinicole, con l'obiettivo di creare una rete di produttori di solo Asprinio d'Aversa.
- Vitematta: La cantina gestisce circa 20 ettari di terreni, producendo uva e frutta, impegnandosi nella lotta integrata e ottenendo riconoscimenti per i suoi vini.
L'Asprinio di Aversa non è solo un vino, ma un simbolo di resilienza, passione e dedizione, un patrimonio che continua a narrare la storia di una terra e del suo popolo.