La storia della Distilleria Bertolino S.p.A. è intrinsecamente legata alle vicende complesse e spesso contraddittorie della Sicilia degli ultimi decenni. Fondata negli anni '30 da Giuseppe Bertolino, figura la cui origine è avvolta da aneddoti contrastanti - alcuni lo dipingono come ex autista di Al Capone, altri come membro della cupola mafiosa degli anni '60 - la distilleria è cresciuta esponenzialmente, trasformandosi da una piccola "quarara" (pentolone per la distillazione) gestita con spregiudicatezza dalla figlia Antonina, in quella che viene definita la più grande distilleria d'Europa.

L'attività principale della Distilleria Bertolino S.p.A. si concentra sulla lavorazione dei prodotti e sottoprodotti vitivinicoli, quali vino, vinacce e fecce, per la produzione di alcole etilico da vino, acquavite di vino (sia fresca che invecchiata) e alcole denaturato. La sua produzione annua complessiva raggiunge circa 15.000.000 di litri di alcole di svariate qualità, con un impianto di distillazione capace di produrre 150.000 litri al giorno. Questo alcole e acquavite vengono commercializzati a livello mondiale per diversi impieghi, principalmente nel settore alimentare, ma anche in quello industriale.
Il Gruppo Bertolino, guidato dalla Famiglia Bertolino, comprende diverse aziende leader nella lavorazione e valorizzazione dei sottoprodotti vitivinicoli. Il gruppo si distingue per una profonda conoscenza tecnica dei processi produttivi e per un impegno costante verso l'innovazione, volto all'efficientamento produttivo ed energetico, promuovendo un modello di sostenibilità circolare.
Le Origini e la Crescita: Tra Abusivismo e Potere
La genesi della distilleria affonda le radici in un contesto in cui la legalità sembrava essere un concetto elastico. Giuseppe Bertolino, di ritorno dagli Stati Uniti, dove avrebbe frequentato ambienti legati alla distillazione clandestina durante il proibizionismo, decise di avviare la sua attività a Partinico. Inizialmente, si trattava di un impianto artigianale e apparentemente innocuo. Tuttavia, nel corso degli anni, la distilleria si è espansa attraverso una serie di costruzioni, molte delle quali risultate abusive o sanate in seguito, alimentando sospetti e controversie.
La crescita esponenziale della distilleria, in particolare a partire dagli anni '80, ha sollevato serie preoccupazioni ambientali. Per distillare il vino e ottenere alcol, è necessario riscaldarlo a circa 90°C. La Bertolino, per sostenere la sua enorme produzione, ha realizzato centrali termiche con una potenzialità complessiva spaventosa di 60 milioni di KCalorie all'ora. Si stima che queste caldaie equivalgano agli impianti di riscaldamento di una città di circa 100.000 abitanti.
Parallelamente, il volume degli scarichi liquidi da depurare e raffreddare, per una potenzialità dichiarata di 2.700 hl/giorno di alcol, è stato calcolato in circa 100 mc/h. Questo carico inquinante è stato paragonato a quello prodotto da una città di 300.000 abitanti, evidenziando un impatto ambientale di proporzioni allarmanti.

L'Impatto Devastante sull'Ambiente e sulla Salute
Dagli inizi degli anni '80, la situazione ambientale attorno alla distilleria è progressivamente degenerata. La "corsa all'arricchimento" della distilleria ha avuto conseguenze devastanti per l'ambiente e per la salute e la vivibilità dei cittadini di Partinico e delle aree circostanti. L'aria è stata avvelenata per un decennio, l'acqua potabile di un'intera falda acquifera e di decine di pozzi è stata compromessa, e un tratto di mare pregiato, dalla baia di S. Cataldo a Terrasini fino alla spiaggia Ciammarita a Trappeto, è diventato impraticabile per la balneazione.
Le denunce si sono accumulate, portando nel 1992-93 al sequestro degli scarichi liquidi e della centrale termica da parte della magistratura, che ha avviato indagini sull'inquinamento delle falde acquifere e dei pozzi. Successivamente, nel 1994, l'Assessorato Regionale Territorio Ambiente ha dichiarato illegittime tutte le concessioni e autorizzazioni rilasciate alla Distilleria Bertolino dal 1975, invitando il Sindaco ad annullarle, un provvedimento che, tuttavia, è rimasto lettera morta per lungo tempo.
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La Battaglia per la Legalità e la Resistenza Ambientale
La vicenda giudiziaria della Bertolino è stata lunga e complessa. Il 30 settembre 1993, la distilleria è stata citata in giudizio per sedici reati connessi all'inquinamento. Il processo si è concluso nel 1996 con una condanna per Antonina Bertolino, ridotta in appello e confermata in Cassazione, oltre al pagamento di un risarcimento danni al Comune di Partinico per disastro ambientale, una somma di circa tre milioni di euro che, ad oggi, non risulta essere stata incassata.
Dal 1993 al settembre 1996, la distilleria è rimasta chiusa sotto sequestro. Durante questo periodo, sono stati realizzati, grazie a una sentenza del TAR, un impianto di depurazione biologico aerobico, un elettrofiltro per le polveri e modifiche ai bruciatori per l'utilizzo di combustibile a basso tenore di zolfo. Tuttavia, è rimasto il dubbio sull'effettivo e costante utilizzo di questi sistemi, o se venissero disattivati per risparmiare sui costi di gestione e manutenzione. L'affidabilità dei controlli effettuati dagli enti preposti (L.I.P., ora A.R.P.A.) è stata anch'essa oggetto di critiche.
La lotta per la legalità e la difesa dell'ambiente ha visto emergere il Patto per la Salute e l'Ambiente "Nino Amato", che ha svolto un ruolo cruciale nel sensibilizzare e informare la cittadinanza, con il supporto determinante di una televisione locale, Telejato. Questa battaglia ha assunto un carattere di scontro frontale con le istituzioni e con la stessa proprietà della distilleria.
Si è assistito a un continuo susseguirsi di eventi: la distilleria ha continuato a sforare i limiti di emissione delle polveri sottili, scaricando liquidi inquinanti e ammorbando l'aria con l'ammassamento all'aperto delle vinacce. Parallelamente, il Patto per la Salute ha presentato decine di esposti alle autorità, mentre Telejato documentava gli scarichi illegali.
La risposta della titolare della distilleria è stata una raffica di querele, circa 240, nei confronti di chiunque avesse osato dichiarare un legame causale tra l'attività della distilleria e l'inquinamento ambientale. Politici, tecnici, giornalisti e, in particolare, l'emittente Telejato, con 160 querele a suo carico, sono finiti nel mirino, trasformando la piccola emittente in un simbolo della resistenza contro un colosso industriale. La stessa signora Bertolino ha dichiarato che, un tempo, per dimostrare le proprie ragioni si sarebbe sparato, mentre oggi si usa l'arma della querela.
Anche l'avvocato antimafia Alfredo Galasso, difensore degli interessi Bertolino, ha richiesto risarcimenti miliardari per presunti danni all'immagine.
Tentativi di Delocalizzazione e Nuove Controversie
La distilleria ha più volte manifestato l'intenzione di costruire nuovi impianti in altre località, come Campobello di Mazara e tra Marsala e Petrosino. Tuttavia, questi tentativi si sono scontrati con la forte opposizione di studenti, cittadini, politici e persino del vescovo di Mazara, dimostrando come la problematica ambientale della Bertolino sia sentita a livello regionale.
Un momento di svolta si è avuto il 23 marzo 2005, quando la magistratura ha disposto la parziale chiusura di alcuni impianti della distilleria, riconoscendo le legittime lamentele dei cittadini riguardo agli odori molesti provenienti dalle vinacce ammassate all'aperto. Anche la canna fumaria centrale è stata posta sotto sequestro.
La situazione ha generato un complesso quadro di interessi contrapposti. Da un lato, i cittadini e gli ambientalisti chiedono la delocalizzazione definitiva della distilleria. Dall'altro, la proprietà della distilleria minaccia di sollevare i titolari delle cantine, che rimarrebbero con i silos pieni di vino destinato alla distillazione, e di agitare la questione dei produttori di uva, i cui pagamenti sarebbero sospesi. A ciò si aggiunge l'indotto, composto da camionisti, autotrasportatori e gestori di depositi di alcol, oltre agli operai della distilleria, circa una cinquantina, decisi a difendere il proprio posto di lavoro.
Il timore è che si possa profilare un blocco delle cantine durante la vendemmia, aggravando la crisi di un settore vitale per l'economia locale, che nelle sole province di Trapani e Palermo genera un decimo della produzione vinicola nazionale, coinvolgendo circa 20.000 aziende agricole.
Un elemento cruciale nella vicenda è rappresentato dalla possibile delocalizzazione della distilleria. Un sito era stato individuato nel Piano Regolatore di Partinico, ma la titolare non ne ha mai voluto sapere. Addirittura, l'ex ministro Bersani aveva stanziato 65 miliardi di vecchie lire per il trasferimento, un finanziamento poi revocato per mancato utilizzo.
Una parte degli introiti della distilleria deriva anche dal deposito di alcol di proprietà dello Stato, che paga alla Bertolino l'affitto dei silos che contengono l'alcol prodotto dalla stessa distilleria.

Un Accordo Contestato: La Delocalizzazione tra Ombre e Luci
Nel 2005, sembrava essere stato raggiunto un accordo tra il Comune di Partinico e la titolare della distilleria, Antonina Bertolino, per la delocalizzazione dell'impianto in contrada Sant'Anna, a sei chilometri dal paese. L'annuncio fu accolto da alcuni come una vittoria per Partinico, liberata dai "mefitici odori" e dai danni ambientali. Tuttavia, alcuni ambientalisti espressero riserve, lamentando una mancanza di trasparenza e sospettando che i veri termini dell'accordo fossero celati.
I punti chiave dell'accordo sollevavano interrogativi:
- Varianti al PRG: Il Comune si impegnava ad approvare le varianti al Piano Regolatore Generale (PRG) per la delocalizzazione. Le modifiche al PRG sono spesso aree sensibili, storicamente legate a pressioni e interessi, talvolta anche di natura mafiosa.
- Dichiarazione di Pubblica Utilità: Il passaggio di proprietà e la riqualificazione dell'area sarebbero avvenuti tramite la dichiarazione di pubblica utilità, che consente espropri e interventi anche contro la volontà del proprietario, basandosi su motivazioni tecniche.
- Trasformazione dell'Area Attuale: L'area dove sorgeva la distilleria, oltre 70.000 mq, sarebbe stata trasformata da zona industriale (d2) a zona di espansione residenziale, direzionale e commerciale, con indici edificatori elevati. Questo punto suggeriva un potenziale interesse speculativo legato alla riqualificazione dell'area dismessa.
La controversia sulla Distilleria Bertolino, quindi, non si è limitata alla sola questione ambientale, ma ha toccato aspetti profondi legati alla gestione del territorio, agli equilibri di potere e alla lotta per un modello di sviluppo realmente sostenibile per la Sicilia. La storia della distilleria riflette, in larga misura, la lotta dei Siciliani tra fatalismo e desiderio di giustizia, tra arroganza e rivendicazione dei propri diritti a un ambiente sano e a una vita dignitosa.
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