L'Albergo Cappello, situato nel cuore di Ravenna, non è semplicemente un luogo di soggiorno, ma un vero e proprio scrigno di storia e architettura che narra secoli di vicende cittadine. Questo antico palazzo nobiliare, che conserva importanti elementi architettonici di età veneziana, rappresenta un affascinante punto d'incontro tra passato e presente, offrendo ai suoi ospiti un'esperienza unica e immersiva nella ricchezza culturale della città.
Dalle Origini Nobiliari alla Trasformazione in Locanda Storica
L'edificio che oggi ospita l'Albergo Cappello ha una storia complessa e stratificata. Originariamente noto come Palazzo Bracci, ha visto nel corso dei secoli diverse trasformazioni, diventando prima Casa Minzoni e infine l'Albergo Cappello. La sua origine risale al XV secolo, durante il dominio della Serenissima sulla città (1431-1509). L'edificio quattrocentesco sorgeva su un terreno di proprietà del Monastero di Classe, concesso "a livello" nel 1431 a Maddalena Gualdoni, per poi passare nel 1468 a Giovan Francesco Bracci, dottore in legge e vicario di Ostasio da Polenta, nominato conte palatino dall'imperatore Federico III nel 1469.
La tradizione popolare ha spesso associato questo luogo alla nascita di Francesca da Polenta, figura cardine della Commedia dantesca, ma le evidenze storiche suggeriscono che la sua residenza fosse altrove, vicino a Porta Sisi. L'edificio attuale, infatti, è posteriore di circa due secoli rispetto all'epoca in cui visse Francesca da Polenta.

Il palazzo è un esempio emblematico dell'architettura veneta classica. La sua facciata, caratterizzata dalla calda tonalità del cotto, è impreziosita da un balconcino in marmo bianco a colonnine, sormontato da pigne decorative e sostenuto da mensole curve. Anche il portone e gli stipiti delle finestre presentano raffinate decorazioni in stile rinascimentale, con il marmo d'Istria che risplende con la sua purezza. Una peculiarità architettonica, comune ad altre case del periodo veneziano, è il frontone laterale, non acuminato ma spezzato, che prospetta sul vicolo.
Nel corso del tempo, l'edificio appartenne a diverse famiglie nobili ravennati, tra cui i Maioli Prandi. È noto che l'umanista forlivese Biondo Flavio vi abbia soggiornato durante la sua permanenza a Ravenna. Prima del 1885, una piccola porta, dove oggi si trova uno dei portoni principali, conduceva all'ufficio dell'Annona. È anche documentata la presenza di una fabbrica di ombrelli e di un magazzino ai piani terra.
La svolta verso la sua attuale funzione avvenne nel 1885, quando Pietro Minzoni, padre di Don Giovanni Minzoni (l'arciprete ucciso dai fascisti), trasformò la casa in albergo, noto come "Locanda del Cappello" o "Al Cappello". La scelta del nome "Cappello" potrebbe derivare da una tradizione di alberghi e locande con questo nome in Italia e all'estero, o forse indicare un luogo frequentato da una clientela di un certo ceto sociale.
La Trasformazione in Albergo e i Restauridi Raul Gardini
Nel 1885, l'edificio subì una radicale ristrutturazione interna che portò alla creazione di 24 stanze da letto per l'attività alberghiera. Esternamente, le quattro finestre originali del piano terra furono sostituite da tre ampi portoni, e alcune finestrelle ad arco furono modificate in forme rettangolari.
Nel corso del XX secolo, l'Albergo Cappello è stato un fulcro della vita sociale e culturale di Ravenna. Qui si tenne, il 26 novembre 1948, la prima riunione che portò alla costituzione del Rotary Club Ravenna.

La storia recente dell'Albergo Cappello è legata indissolubilmente alla figura di Raul Gardini, noto industriale ravennate. Nel 1984, Gardini acquistò l'edificio, allora in condizioni non ottimali, e avviò un ambizioso progetto di restauro. I lavori, conclusi nel 1993, hanno riportato il palazzo ai suoi antichi splendori, rivelando tesori nascosti sotto strati di pittura e intonaco.
Durante la ristrutturazione, sono stati scoperti affreschi del XV e XVI secolo di pregevole fattura. Le decorazioni, risalenti al XVI secolo, sono state scrupolosamente riportate alla luce, in particolare nel piano nobile. Cinque sale - il Salotto Blu, il Salotto Rosa, l'ampio corridoio, la camera 106 ("Verso il blu") e la camera 103 ("Sogno Amaranto") - hanno rivelato cicli decorativi di alta qualità formale, con affreschi parietali e soffitti lignei dipinti.
I soffitti lignei, decorati con bandinelle, tavolette e travi secondo un gusto tipicamente quattrocentesco, presentano soggetti profani, mitologici e stemmi araldici. Particolarmente significative sono le decorazioni eseguite in occasione di matrimoni, che includono i ritratti di due giovani tra motti amorosi e promesse di fedeltà, con gli stemmi delle famiglie Bracci e Rasponi.
Le decorazioni parietali, di gusto tardo rinascimentale, si ispirano al genere della "grottesca", ma con una distintiva peculiarità locale nei soggetti e nelle scelte cromatiche. In un'antica stanza del piano nobile, l'attuale Salotto Blu, è presente un ciclo decorativo che fonde scene di genere e paesaggio, illustrando le tecniche della caccia entro una struttura illusionistica arricchita da cartigli.
L'intervento di restauro ha permesso di recuperare anche preziose decorazioni del XVI secolo, come i cicli decorativi rinvenuti nel Salotto Blu e nel Salotto Rosa, che testimoniano la raffinatezza artistica dell'epoca. L'edificio, dichiarato "Monumento Nazionale" dalla Soprintendenza per i Beni Architettonici, è oggi l'unica realtà alberghiera di fine Ottocento ancora attiva a Ravenna.
Un'Esperienza Unica: Sette Stanze, Storia e Ospitalità
I restauri hanno portato a una riduzione delle stanze da 24 a sette. Queste sette stanze, confortevoli e bellissime, offrono ai visitatori la possibilità di immergersi nell'atmosfera di un tempo. Alcune di esse sono finemente affrescate, permettendo agli ospiti di rivivere l'ambiente della Ravenna di Dante e Byron.
L'Albergo Cappello non è solo un luogo dove dormire, ma un'esperienza completa. Il piano nobile e i salotti offrono spazi dedicati al relax e alla consultazione di volumi sulla storia e l'arte di Ravenna. Il ristorante propone un menu con piatti di carne e pesce, mentre l'enoteca vanta una cantina selezionata di vini da tutte le regioni italiane.
Le tre sale meeting attrezzate per conferenze ed eventi, la più ampia delle quali può ospitare fino a 100 persone, rendono la struttura adatta anche per incontri di lavoro. La posizione privilegiata dell'hotel permette, con una breve passeggiata, di immergersi nella storia di una città che è stata culla della civiltà e della cultura occidentale moderna.
L'Albergo Cappello, con la sua storia secolare, la sua architettura affascinante e i suoi restauri meticolosi, rappresenta un gioiello nel panorama alberghiero di Ravenna, offrendo un'ospitalità che unisce il fascino dell'antico con i comfort moderni.
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La Cà de' Vèn: Un Legame con la Tradizione Romagnola
A pochi passi dall'Albergo Cappello, in via Corrado Ricci, si trova la Cà de' Vèn, un'enoteca-ristorante che celebra 50 anni di storia e tradizione culinaria romagnola. Definita "la casa dei ravennati" da Rita Mazzillo, anima storica del locale, la Cà de' Vèn è ospitata in uno storico palazzo con affreschi dell'Ottocento.
Originariamente, nel 1876, il palazzo fu acquistato dall'armatore Giuseppe Bellenghi per ospitare la sua drogheria, che divenne il negozio più caratteristico e fornito della città fino al 1975. In quell'anno nacque la Ca’ de' Vèn come enoteca dedicata ai vini di Romagna.
La gestione iniziale fu affidata a Pasquale Petroncini, figura di spicco nel mondo della gastronomia, che aveva precedentemente gestito, insieme a Giancarlo Mondini e Rita Mazzillo (prima donna professionista sommelier italiana), il rinomato locale "Capannetti". Dopo la scomparsa di Petroncini nel 1999, la gestione passò alla moglie Ivonne, a Mondini e Mazzillo, che continuarono la tradizione puntando ancora di più sulla qualità dei vini, spesso selezionando etichette poco conosciute che ottengono poi riconoscimenti nelle guide enogastronomiche.

La Cà de' Vèn è stata teatro di numerosi eventi, tra cui cene medievali in piazza San Francesco e, per molti anni, ha accolto artisti del Ravenna Festival dopo i loro spettacoli. Molti personaggi illustri hanno frequentato il locale, tra cui Cristina e Riccardo Muti, e il cantante Placido Domingo, che rimase così entusiasta della cucina da richiedere cappelletti a tarda notte. Anche l'attore americano Christopher Meloni è stato tra gli ospiti.
Il 5 luglio 2024, la Cà de' Vèn ha celebrato il suo 50° anniversario con la presentazione del "Piatto del 50", un omaggio alle origini del locale, inaugurato nel 1975 con la presenza del sindaco di Ravenna, Aristide Canosani, e dell'allora arcivescovo Salvatore Baldassarri. La Cà de' Vèn, dunque, non è solo un ristorante, ma un vero e proprio pezzo di storia vivente di Ravenna, un luogo dove la tradizione culinaria romagnola si fonde con l'arte e la cultura.
La Palazzina Diedo: Un Esempio di Architettura Rinascimentale e una Storia di Crimine
Addentrandosi nella storia architettonica di Ravenna, è impossibile non menzionare la Palazzina Diedo, un gioiello rinascimentale situato nell'antica via dell'Arcivescovado (oggi Raul Gardini). Questa distinta ed essenziale costruzione si distingue per il suo balconcino in pietra d'Istria e la porta a bifora. La cornice del portone reca l'arma della famiglia veneta Diedo, che si trasferì a Ravenna durante la dominazione veneziana.

La Palazzina Diedo, tuttavia, è anche legata a un episodio oscuro e cruento della storia ravennate. Un secolo dopo la sua costruzione, divenne teatro di un efferato crimine commesso dagli uomini di Girolamo Rasponi. Quest'ultimo, alla testa di cinquanta sgherri, assalì la casa nel cuore della notte. L'attacco, condotto con archibugi, spade e pugnali, causò la morte di Susanna, nipote di Girolamo Rasponi, incinta del secondo figlio. Suo marito Bernardino, ferito, si gettò da una finestra per essere poi finito dai sicari in strada. Il fratello Antonio riuscì a salvarsi nascondendosi sotto il corpo di un familiare.
La figlia di Susanna e Bernardino fu salvata dalla nutrice. Durante la fuga dalla città, i banditi spararono indiscriminatamente, colpendo a morte Cristoforo, padre del poeta Giulio Morigi. Girolamo Rasponi fu condannato all'esilio. La Palazzina Diedo, ritenuta maledetta e infestata dai fantasmi, rimase abbandonata per molti anni, prima di passare nelle mani della famiglia Rasponi Bonanzi, poi acquisita dalla famiglia Ravaglia.
Questa tragica storia aggiunge un ulteriore strato di complessità alla Palazzina Diedo, trasformandola non solo in un testimone dell'eleganza rinascimentale, ma anche in un luogo evocativo di eventi drammatici che hanno segnato il passato della città.