La questione del riconoscimento del "Prošek" croato da parte dell'Unione Europea ha innescato una disputa accesa, definita da molti una vera e propria "guerra del Prosecco", tra Italia e Croazia. Al centro del contendere vi è l'assonanza tra il nome del celebre spumante italiano Prosecco DOC e il vino passito croato Prošek, prodotto principalmente nelle regioni meridionali della Dalmazia. L'Unione Europea ha inizialmente ritenuto ammissibile la richiesta croata per il riconoscimento del Prošek come "menzione tradizionale", aprendo la strada a un iter che potrebbe portare alla sua ufficializzazione. Questa decisione ha scatenato una reazione veemente da parte del governo italiano, della filiera vitivinicola e di numerose istituzioni, che temono un grave danno economico e d'immagine per il Prosecco italiano, un prodotto simbolo del Made in Italy e di grande successo sui mercati internazionali.

Le Origini della Disputa: Un Omonimo Conteso
Il nocciolo della questione risiede nell'omonimia tra i due nomi. Il Prosecco è uno spumante italiano a Denominazione di Origine Protetta (DOP), prodotto in una vasta area tra il Veneto e il Friuli-Venezia Giulia. La sua origine toponomastica è legata all'omonimo borgo di Prosecco, oggi quartiere di Trieste, il cui nome in sloveno, durante la dominazione austro-ungarica, era "Prošek". Questa connessione storica, legata a un'area geografica italiana, è uno dei pilastri della difesa italiana.
Dall'altra parte, il Prošek croato è un vino dolce, passito e fermo, con una storia centenaria, citato per la prima volta nel 1774. La Croazia sostiene che il nome "Prošek" derivi da un termine locale e sia legato alla sua tradizione vinicola, evocando un legame storico con il Rinascimento, periodo in cui la Dalmazia era sotto il dominio della Repubblica di Venezia. La richiesta croata mira al riconoscimento come "menzione tradizionale", una categoria europea diversa dalla DOP, che tutela l'uso di un nome legato a una tradizione consolidata per un prodotto specifico di un paese terzo.

L'Iter Europeo e la Reazione Italiana
La Commissione Europea, attraverso il Commissario all'Agricoltura Janusz Wojciechowski, ha dato parere positivo alla pubblicazione della domanda croata nella Gazzetta Ufficiale dell'UE. Questo passaggio avvia un periodo di 60 giorni durante il quale gli altri Stati membri hanno la possibilità di presentare opposizioni. L'Italia ha immediatamente annunciato un'aspra battaglia, mobilitando il Ministero delle Politiche Agricole, le Regioni Veneto e Friuli-Venezia Giulia, consorzi di tutela e numerosi politici.
La strategia italiana si basa su diversi fronti:
- Argomentazioni giuridiche e scientifiche: L'Italia intende presentare osservazioni dettagliate per dimostrare la potenziale confusione tra i consumatori e il rischio di violazione dei regolamenti europei sulla difesa delle indicazioni geografiche.
- Il precedente del Tocai: La difesa italiana farà leva sul caso del Tocai, un vino friulano e veneto che nel 2008 fu costretto a rinunciare alla denominazione a favore del Tokaji ungherese. In quel caso, nonostante si trattasse di vini diversi, l'assonanza fu ritenuta sufficiente a generare confusione. L'Italia mira a dimostrare che, nonostante le differenze enologiche tra Prosecco (spumante) e Prošek (passito), l'omonimia è sufficiente a creare un danno.
- La questione toponomastica: L'Italia punta a rafforzare l'argomento che "Prošek" sia semplicemente la traduzione slovena di "Prosecco", legata al nome del borgo triestino. Vengono anche citate mappe storiche risalenti al 1300 che indicavano la zona come "Prosek".
- Il rischio di "italian sounding": La preoccupazione principale è che il riconoscimento del Prošek possa creare un pericoloso precedente di "istituzionalizzazione dell'italian sounding", fenomeno per cui prodotti esteri utilizzano nomi simili a quelli italiani per sfruttarne la fama.
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Differenze Enologiche e Rischi di Confusione
Nonostante la somiglianza fonetica, le differenze tra Prosecco e Prošek sono significative dal punto di vista enologico. Il Prosecco è uno spumante bianco, prodotto principalmente con uve Glera, noto per le sue bollicine fini e il sapore fresco e fruttato. Viene prodotto con il metodo Martinotti (fermentazione in autoclave), e la sua produzione annuale si aggira intorno ai 700 milioni di bottiglie, con un fatturato di oltre 2 miliardi di euro.
Il Prošek, al contrario, è un vino passito, fermo e dolce, tipicamente consumato a fine pasto. Viene prodotto da uve disidratate, soprattutto nelle regioni meridionali della Dalmazia, e la sua produzione è significativamente inferiore rispetto al Prosecco. Le varietà croate che potrebbero essere commercializzate con il nome "prošek" includono il Dalmatinska zagora, il Sjeverna Dalmacija, il Srednja i Južna Dalmacija e il Dingac.
Nonostante queste differenze, il governo italiano e la filiera produttiva temono che i consumatori, specialmente nei mercati extra-UE, possano confondersi a causa della somiglianza dei nomi. Il rischio è che l'assonanza possa indurre acquisti errati, danneggiando le esportazioni del Prosecco italiano, che rappresentano una fetta considerevole del suo successo globale.
Il Ruolo dell'Unione Europea e le Conseguenze
La Commissione Europea, pur riconoscendo le differenze qualitative e di tipologia tra i due vini, si giustifica affermando che sarà l'etichettatura a garantire la differenziazione, impedendo la confusione dei consumatori. Si basa sull'articolo 100 del Regolamento UE n. 1308/2013, che prevede che un nome omonimo registrato successivamente debba essere sufficientemente differenziato da quello precedente.
Tuttavia, la Corte di Giustizia Europea ha in passato esteso la protezione delle denominazioni d'origine anche a casi di "evocazione", ovvero quando un nome, anche se diverso, richiama alla mente del consumatore medio il prodotto protetto. Sentenze recenti, come quella sul marchio spagnolo "Champanillo" in relazione allo Champagne, hanno rafforzato questa interpretazione, suggerendo che la somiglianza fonetica e visiva, o una vicinanza concettuale, possano essere sufficienti a configurare una violazione.
Il timore è che un eventuale riconoscimento del Prošek possa indebolire la posizione dell'Italia nei futuri negoziati internazionali sulla tutela delle denominazioni d'origine, creando un precedente che potrebbe incoraggiare altre richieste simili.
La Difesa del "Made in Italy" e le Prospettive Future
La "guerra del Prosecco" va oltre la singola disputa, diventando un simbolo della lotta per la difesa del "Made in Italy" contro tentativi di imitazione e sfruttamento della sua fama. Il sottosegretario all'Agricoltura, Gian Marco Centinaio, ha sottolineato come il Prosecco sia solo uno dei tanti prodotti agroalimentari italiani a rischio, citando anche il caso dell'aceto balsamico.
Per affrontare questa sfida, il governo italiano sta lavorando alla creazione di un dossier completo e ha annunciato una battaglia in tutte le sedi opportune. Si spera che, attraverso argomentazioni solide e la pressione politica, la Commissione Europea possa riconsiderare la sua posizione.
Alcuni auspicano una soluzione di compromesso che tuteli il Prosecco italiano da ogni concorrenza sleale, ma che al contempo permetta la sopravvivenza del Prošek, magari con disciplinari di produzione più severi e una commercializzazione mirata. Tuttavia, la determinazione italiana nel difendere un'eccellenza come il Prosecco, che ha ottenuto anche il riconoscimento di Patrimonio dell'Umanità UNESCO per il suo territorio, lascia presagire un confronto lungo e complesso. La posta in gioco è alta, non solo per il settore vitivinicolo, ma per l'intero sistema di protezione delle indicazioni geografiche e delle denominazioni di origine all'interno dell'Unione Europea.