La Sicilia, terra di sole, storia e sapori intensi, custodisce nel suo terreno vulcanico e nelle sue antiche tradizioni un patrimonio enologico di inestimabile valore. Oltre ai nomi più noti che oggi popolano le nostre tavole, l'isola è stata culla di vitigni "reliquia", testimoni silenziosi di una viticoltura millenaria, riscoperti e valorizzati grazie a progetti ambiziosi che intrecciano archeologia, scienza e passione. Questi antichi vitigni, un tempo messi "da parte", sono oggi al centro dell'attenzione, rappresentando l'emblema della vasta biodiversità della vite siciliana e offrendo un affascinante spaccato delle pratiche enologiche del passato.
I Vitigni "Reliquia": Un Tesoro Ritrovato
Il progetto "Valorizzazione dei Vitigni Autoctoni Siciliani" ha riportato alla luce sei vitigni antichi, fino a tempi recenti quasi dimenticati: Inzolia Nera, Lucignola, Orisi, Usirioto, Vitrarolo e Recunu. Quest'ultimo, l'unica varietà a bacca bianca tra quelle riscoperta, si aggiunge alla schiera di uve che stanno arricchendo il panorama enologico siciliano con le loro inedite peculiarità organolettiche, tali da renderli riconoscibili e unici. Questi vitigni autoctoni hanno avuto una grande produzione nel territorio siciliano fino al XX secolo. Purtroppo, in seguito all'attacco della fillossera, la "peste bubbonica della vite", la loro produzione fu quasi completamente distrutta. Fortunatamente, lungo tutto il territorio, qualche vitigno si salvò da quella strage di uve.
Un gruppo di esperti, tra cui enologi, agronomi e agricoltori, ha intrapreso un meticoloso lavoro di rintracciare nel territorio siciliano questi vitigni "reliquia", considerati una preziosa testimonianza dell'antico patrimonio vinicolo siciliano. Lo studio della loro genetica ha permesso una vera e propria ricostruzione del pedigree della viticoltura siciliana. Il risultato? Fra gli avi più importanti di questi vitigni emergono nomi illustri come il Sangiovese e il Mantonico. Queste informazioni sono di fondamentale importanza, poiché consentono di studiare e recepire dati preziosi relativi ai cambiamenti climatici passati. Infatti, questi vitigni hanno resistito a periodi storici caratterizzati da climi molto caldi, rappresentando oggi un'importante riserva genetica. Lo studio prosegue monitorando il loro comportamento nei diversi areali di coltivazione della regione.
Il progetto, condotto dalla Regione Siciliana Assessorato dell'Agricoltura, dello Sviluppo Rurale e della Pesca Mediterranea, Dipartimento Regionale dell'Agricoltura, ha portato all'iscrizione di questi vitigni al Registro Nazionale delle Varietà di Vite. Si attende ora l'autorizzazione di Igt e Doc per poterli finalmente ammirare in bottiglia ed etichetta. Attilio Scienza, luminare della ricerca in viticoltura, ha sottolineato l'importanza di questo lavoro: "Quando nel 2003 l’Assessorato all’Agricoltura della Regione Sicilia affidò alle Università di Palermo e di Milano e all’Istituto Sperimentale per la Patologia Vegetale di Roma il coordinamento scientifico e il monitoraggio delle azioni operative del Progetto di selezione clonale e di recupero dei vitigni antichi dell’Isola, pochi avrebbero scommesso che nel giro di qualche mese si sarebbe riusciti a identificare e caratterizzare fenotipicamente qualche migliaio di presunti cloni dei principali vitigni in coltura. Oltre a una cinquantina di varietà, delle quali fino ad allora non si conosceva neppure l’esistenza”.

La transizione dal progetto alla produzione in bottiglia è stata resa possibile dall'entusiasmo di numerose aziende vitivinicole che hanno intravisto il grande potenziale di questi vitigni. Molti di essi sono stati reimpiantati in campi sperimentali e sottoposti a micro-vinificazioni. I primi impianti sono stati cruciali per comprendere le potenzialità sia enologiche che agronomiche dei "reliquia". I risultati odierni sono eccezionali, sia dal punto di vista qualitativo che in termini di colore, complessità del vino e struttura. Tra i migliori si annoverano quelli del Vitarolo e Lucignola, oltre ai nuovi cloni di varietà autoctone come il Nero D’Avola, frutto dello stesso progetto di ricerca. Questo straordinario lavoro, protrattosi per oltre tredici anni tra ricerca sul campo e in laboratorio, ha permesso di ricostruire l'identità della vite siciliana, una vite che, grazie al clima e ai suoli più diversi, si è sviluppata e diffusa in molteplici modi.
Archeologia del Vino: Rievocare le Antiche Tecniche Romane
Parallelamente alla riscoperta dei vitigni autoctoni, un altro affascinante progetto sta portando alla luce le radici più profonde della viticoltura siciliana: "Archeologia del vino in Italia: un esperimento siciliano". Varato dall'Istituto per i beni archeologici e monumentali del Consiglio nazionale delle ricerche (Ibam-Cnr) in collaborazione con l'Università di Catania, questo progetto si propone di verificare sperimentalmente e tradurre in pratica le antiche tecniche romane di produzione del vino. L'obiettivo è riprodurre nella Sicilia moderna un vigneto seguendo fedelmente le "istruzioni" contenute nei testi latini dal I secolo a.C. al II d.C., in particolare il secondo libro delle "Georgiche" di Virgilio e il "De Agricultura" di Columella.
"Leggendo e interpretando le informazioni contenute nelle fonti latine si è guidati 'passo passo' nell’esecuzione dei lavori in vigna," spiega Daniele Malfitana, direttore dell’Ibam-Cnr. Lo scopo dello studio è duplice: da un lato verificare la fattibilità delle istruzioni degli agronomi antichi, dall'altro comprendere se queste conoscenze tecnico-pratiche possano essere utili nella viticoltura moderna, anche mediante confronti etnografici tra gli strumenti descritti dai romani e le metodologie in uso fino a poco tempo addietro. L'obiettivo finale è la comparazione dei risultati sperimentali con quelli delle indagini archeologiche condotte nell’Italia continentale e in Sicilia.
Le conoscenze acquisite permetteranno una maggiore comprensione e valorizzazione del vino siciliano come filiera produttiva e prodotto finito. Grazie alle istruzioni di Columella, è stato possibile ricostruire, ad esempio, la "cicogna", uno strumento utilizzato dai proprietari terrieri per verificare l'esecuzione dei lavori di scasso preparatorio per la piantumazione delle vigne. La fonte è stata chiara anche nell'indicare nelle foglie di canna e di ginestra il materiale più opportuno per legare le viti novelle al tutore: conoscenze e pratiche oggi destinate a scomparire.

L'area piantumata giungerà, nell'arco di un quinquennio, a circa 5000 mq. La prima produzione utile per la vinificazione è prevista entro quattro anni, con un primo raccolto "sperimentale" di circa 100 kg di uva e 70 litri di vino, raddoppiabili già dall’anno successivo fino a una previsione di raccolto ottimale di circa 50 quintali per l'estensione completa del vigneto. Il progetto conta sul supporto dell'Assessorato all'agricoltura della Regione Siciliana, che ha messo a disposizione le viti della collezione ampelografica dell’Uos 2 di Marsala.
Come venivano costruite le strade romane? (Tratto da Le vie della civiltà, 2ed)
Le Radici Antiche del Vino Siciliano: Dalle Anfore di Kamarina ai Mosaici di Villa Tellaro
Le testimonianze archeologiche confermano l'importanza della viticoltura in Sicilia fin dall'antichità. Il "dono di Dioniso", cantato da Omero e minuziosamente descritto nella decorazione dello scudo di Achille con vigne e scene di vendemmia, trova eco nei reperti rinvenuti. Diodoro Siculo fornisce un ritratto di una cantina siciliana della fine del V secolo a.C., descrivendo la meraviglia dello storico Policleto di Larissa alla sua vista nella dimora del facoltoso acragantino Tellias.

Le fonti letterarie celebrano vini siciliani considerati tra i "grands crus" dell’antichità. Essi rivelano nei loro nomi una stretta parentela con i luoghi che li hanno generati: il Murgentinum da Morgantina, il Tauromerianum da Taormina, l’Haluntinum da San Marco d’Alunzio. Una parte del ricco terreno di Eloro era probabilmente dedicata alla coltivazione del Pollios, il vino amabile di Siracusa, ritenuto da molte fonti oriundo della Tracia. Il Pollios, un vino dolce da invecchiamento, forse antenato del Moscato di Siracusa, era paragonato per qualità a quello di Lesbo e considerato il miglior vino sul mercato, talvolta ricordato anche come Biblinos. Questo vino, dopo il quarto anno, diventava profumato come fosse appena uscito dalla pressa, ritenuto simile al miglior vino prodotto nell’isola di Cos.
Le conoscenze acquisite dall'archeologia del vino contribuiscono a una maggiore comprensione del vino siciliano come filiera produttiva e prodotto finito. I contratti di vendita che si riferiscono alla cessione di un intero vigneto, corredati di tutte le infrastrutture necessarie all'impianto produttivo, testimoniano il dinamismo d'impresa che caratterizzava questo settore già in epoca antica.
La Villa del Tellaro, straordinario esempio di architettura tardo-romana, rappresenta in modo emblematico la specificità di un'intensa attività produttiva in senso vitivinicolo in età tardoantica. Le annesse strutture produttive evocano ancora oggi aulici rimandi a divinità, numi ed eroi che prendevano parte a sontuose libagioni e impegnati simposi. I Greci e in seguito i Romani, parallelamente alle pratiche religiose connesse ai culti di Dioniso/Bacco, riuscirono ad affinare le loro tecniche di coltivazione e selezione delle viti, ponendo la Sicilia sud-orientale al centro di un complesso circuito di traffici mercantili.
I mosaici policromi della Villa del Tellaro, con scene figurate e geometriche, sono particolarmente significativi. Tra questi, la scena più interessante per la sua connotazione conviviale è quella del banchetto "en plein air", che rappresenta un momento di libagione dove la mescita del vino ricorre in diversi gesti significativi. La scena evoca il simposio, un rituale nel quale il bere insieme si configurava come un atto mistico-sacrale con offerte votive, ghirlande e inni alla divinità. In questa scena, il vino rosso è chiaramente identificabile nel calice di un commensale.

Le fonti classiche riferiscono che i Romani non solo combinavano il vino con miele, mirto, rosmarino e altre spezie, ma facevano anche uso di acqua di mare ("vini salsi") per migliorarne le qualità. Columella scrive: "Nec solum huic notae vini sal adhibendus est, verum, si fieri possit, in omnibus regionibus omne genus vindemiae hoc ipso pondere saliendum est; nam ea res mucorem vino inesse non patitur".
La Villa del Casale di Piazza Armerina, con i suoi mosaici che raffigurano eroti vendemmiatori e la scena di Ulisse che offre vino a Polifemo, rivela un messaggio collettivo di prosperità legato ai prodotti della terra e al piacere conviviale del vino. Da quel complesso produttivo della Villa, che aveva messo a frutto i latifondi selezionando e coltivando i vitigni che crearono ricchezza, discende, più o meno consapevolmente, la realtà vitivinicola dell'odierna economia imprenditoriale siciliana.
Tracce di Vino Millenarie: La Scoperta nella Grotta del Monte Kronio
Una scoperta di eccezionale valore archeologico e antropologico è stata fatta in una grotta del Monte Kronio, vicino Agrigento. Un gruppo di ricerca internazionale, composto da studiosi dell'Università di Catania, del Cnr-Imc e della University of South Florida, ha rinvenuto una giara di Coccio risalente all'Età del Rame, quindi a oltre 6000 anni fa. In questa giara erano presenti residui che, analizzati, hanno testimoniato la presenza di acido tartarico e sale di sodio, sostanze contenute nei chicchi d'uva e che si sprigionano nella fase di vinificazione.

Questa scoperta, pubblicata sulla prestigiosa rivista "Microchemical Journal", conferma che la produzione del vino in Sicilia non si può far risalire all'età del bronzo, bensì a oltre 2000 anni prima. I più antichi residui di prodotti vinicoli erano stati finora trovati in Sardegna e risalivano al 1500 a.C. La Sicilia, dunque, si conferma un'isola di primizie anche nel campo della viticoltura, con tracce di vino che affondano le radici in un passato remoto e affascinante.
Questi ritrovamenti archeologici, uniti ai progetti di valorizzazione dei vitigni autoctoni, delineano un quadro completo e affascinante del patrimonio vitivinicolo siciliano. Dalle vestigia di un passato glorioso, con vini celebrati nell'antichità, alla riscoperta di vitigni dimenticati e alla sperimentazione di antiche tecniche di produzione, la Sicilia continua a scrivere la sua storia nel mondo del vino, intrecciando sapientemente archeologia, scienza e tradizione.
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