Il Caso Giuseppe Uva: Un Tasso Alcolemico, Una Telefonata e Molti Dubbi

La vicenda della morte di Giuseppe Uva, avvenuta a Varese nella notte tra il 13 e il 14 giugno 2008, rimane avvolta da un'ombra di incertezza e controversie. Sebbene i giudici abbiano assolto i carabinieri e i poliziotti accusati di omicidio preterintenzionale e sequestro di persona, una serie di elementi emersi nel corso delle indagini e del processo continuano a sollevare interrogativi cruciali, in particolare riguardo alla dinamica degli eventi e allo stato di salute di Uva. Uno degli aspetti più dibattuti, e che necessita di un'analisi approfondita, è il suo tasso alcolemico e la sua potenziale correlazione con le ferite riportate e l'esito fatale.

La Telefonata Che Mette in Discussione la Versione Ufficiale

Un elemento dirompente nelle indagini è rappresentato da una telefonata tra due carabinieri, registrata e acquisita agli atti del procedimento. Questa conversazione, avvenuta alle 7:54 del mattino, mentre Giuseppe Uva si trovava già in ospedale, sembra minare alla base la ricostruzione fornita dalle forze dell'ordine. I militari, in quella che appare come una conversazione informale, commentano i fatti della notte, facendo riferimento a due ragazzi fermati, uno dei quali identificato come Uva Giuseppe.

Carabinieri al telefono

Le loro parole, in particolare quelle di uno dei carabinieri che afferma: "No, no.. Uva fisicamente lo puoi tenere, tanto è debole", contrastano nettamente con la relazione di servizio redatta dal brigadiere P. R. e dall'appuntato scelto S. D. B. In tale relazione, i militari descrivevano Uva come in "forte stato di agitazione", che "si buttava dalla sedia, si divincolava, resisteva, dava calci contro armadio e scrivania, procurandosi lesioni lievi ed escoriazioni agli arti inferiori". La conversazione telefonica, al contrario, dipinge un quadro di Uva come un individuo "debole", fisicamente gestibile, suggerendo che fosse l'altro fermato, F. B., a creare maggiori difficoltà. Questo dettaglio è fondamentale perché mette in discussione la giustificazione delle ferite di Uva come "atti di autolesionismo" o conseguenza della sua agitazione, come inizialmente sostenuto.

Il Ruolo di Alberto Biggiogero: Testimonianza Chiave e Controverse

Alberto Biggiogero, amico di Giuseppe Uva e presente quella notte, emerge come una figura centrale nel caso, ma anche come un testimone la cui attendibilità è stata ampiamente contestata. Biggiogero ha dichiarato di aver sentito le urla di Giuseppe e "i colpi dal rumore sordo" provenire dalla caserma di via Saffi, dove Uva era trattenuto. Sentendo "le urla di Giuseppe che echeggiano per la caserma", Biggiogero ha chiamato il 118, affermando all'operatore: "Stanno massacrando un ragazzo".

Le regole del testimone nel processo penale

Tuttavia, la sua testimonianza è stata caratterizzata da numerose "eclatanti contraddizioni", come evidenziato dal Pubblico Ministero Daniela Borgonovo. Biggiogero ha inizialmente affermato di aver sentito le urla di Giuseppe per circa un'ora e mezzo, ma le sue versioni dei fatti sono variate nel tempo. Il PM lo ha definito "non attendibile" anche a causa della sua tossicodipendenza e del suo stato di ebbrezza quella sera. Biggiogero stesso ha ammesso di aver assunto stupefacenti (marijuana, cocaina, hashish) e alcolici, descrivendo il suo stato come "dignitosamente brillo". La corte ha notato i suoi "toni stralunati", le sue "battute ad effetto" e la sua "condizione fisica precaria", tanto che l'interrogatorio dovette essere sospeso e il 39enne si sentì male in aula.

Le contraddizioni sono molteplici: Biggiogero ha negato di aver sporto una denuncia al pronto soccorso poche ore dopo i fatti, nella quale invece descriveva un pestaggio in strada, circostanza che ha poi smentito, presentando un racconto diverso della serata. Ha anche affermato di aver visto il corpo di Giuseppe in obitorio, salvo poi ritrattare in una deposizione difensiva successiva. Inoltre, ha inizialmente riferito che Giuseppe si fosse lavato e cambiato prima di uscire di casa, per poi smentire, affermando che Uva era in pessime condizioni igieniche, come confermato dalle perizie. Biggiogero ha anche riferito di aver udito un carabiniere dire a Uva: "Uva proprio a te cercavo, questa me la paghi" e frasi offensive rivolte a lui stesso, ma non ha potuto fornire dettagli sul motivo di tale astio. La sua condizione psicofisica, segnata da ricoveri in TSO e cure psichiatriche, con una diagnosi che sottolineava un carattere manipolatorio e la tendenza a "raccontare i fatti per come gli è utile", ha ulteriormente complicato la valutazione della sua testimonianza.

Il Tasso Alcolemico: Un Enigma Medico-Legale

Uno degli aspetti più enigmatici del caso Uva riguarda il suo stato fisico, in particolare il tasso alcolemico registrato dall'autopsia, pari a 1,6. Questo valore solleva interrogativi cruciali: è compatibile con l'autolesionismo o, come suggerisce la letteratura medica, provoca "sonnolenza molto intensa"? La difesa di Uva ha a lungo richiesto una nuova autopsia, sostenendo che la mancanza di esami radiologici abbia impedito di individuare eventuali fratture.

Grafico tasso alcolemico e effetti

La questione del tasso alcolemico è fondamentale per comprendere la dinamica degli eventi. Un livello di 1,6 g/l di alcol nel sangue è considerato elevato e può comportare una significativa compromissione delle capacità cognitive e motorie, oltre a indurre sonnolenza e disorientamento. Se Uva fosse stato in uno stato di profonda sonnolenza e confusione, la sua capacità di resistere attivamente e di procurarsi autonomamente lesioni gravi sarebbe stata limitata. Questo rafforza il sospetto che le ferite possano essere state inflitte da terzi.

La difesa ha sottolineato come la letteratura medica indichi che un tasso alcolemico di questa entità possa portare a "sonnolenza molto intensa". Se questo fosse stato il caso, la versione dei carabinieri di un Uva "in forte stato di agitazione" che si divincolava e calciava potrebbe essere meno credibile. D'altro canto, la difesa stessa ha evidenziato come "la paura mi aveva abbassato il tasso alcolico", suggerendo una certa lucidità nonostante l'assunzione di alcol. La compatibilità tra il tasso alcolemico e le lesioni, così come la capacità di Uva di auto-infliggersi tali ferite, rimane un punto interrogativo centrale.

La Morte e le Responsabilità Mediche

La morte di Giuseppe Uva sopraggiunse alle 11:10 del mattino, presso l'ospedale di Circolo di Varese, dove era stato trasportato solo alle 6:03. Secondo la procura, la morte sarebbe stata causata da farmaci che gli erano stati somministrati e che sarebbero stati incompatibili con l'alcol presente nel suo organismo. Per questo motivo, la procura aveva indagato per omicidio colposo due medici.

L'orario di arrivo al pronto soccorso, oltre tre ore dopo il fermo in caserma, solleva ulteriori interrogativi sui tempi di intervento e sulla gestione di Uva tra il momento del fermo e il suo arrivo in ospedale. La questione della compatibilità dei farmaci con il suo stato di ebbrezza è un altro tassello che contribuisce alla complessità del caso.

La Sentenza di Assoluzione e i Dubbi Persistenti

Nonostante le incongruenze e i dubbi sollevati, la Corte d'assise di Varese ha assolto due carabinieri e sei poliziotti dall'accusa di omicidio preterintenzionale e sequestro di persona. Questa sentenza, basata sulla valutazione delle prove presentate, lascia però aperte diverse questioni. La telefonata tra i carabinieri, la testimonianza di Biggiogero (seppur contestata), il tasso alcolemico e le modalità della morte continuano a alimentare il dibattito sulla reale dinamica degli eventi e sulle responsabilità.

Il caso Uva evidenzia le difficoltà nell'accertare la verità quando emergono versioni contrastanti e quando elementi cruciali come lo stato di salute di una persona fermata sono oggetto di interpretazioni diverse. La ricerca della giustizia in casi complessi come questo richiede un'analisi meticolosa di ogni dettaglio, la valutazione critica delle testimonianze e una profonda comprensione degli aspetti medico-legali coinvolti. La vicenda di Giuseppe Uva rimane un monito sulla fragilità della verità giudiziaria e sulla necessità di continue indagini e riflessioni.

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