Il Po, anticamente conosciuto come Eridano, è un fiume che fin dalla notte dei tempi ha plasmato il territorio e la vita delle popolazioni che si sono insediate nel suo vasto bacino di settantacinquemila chilometri quadrati. La sua maestosa e talvolta terrificante potenza è stata testimone di innumerevoli eventi, tra cui le sue piene, che hanno segnato profondamente la storia, la geografia e l'economia della Pianura Padana. Dalle sue origini, il fiume è stato fonte di vita, permettendo l'agricoltura e la navigazione, anche a mezzo di grosse imbarcazioni, ma anche strumento di morte e distruzione, capace di travolgere tutto ciò che incontrava. Nonostante la potenza dell'uomo abbia cercato in ogni modo di imbrigliarlo attraverso la costruzione di argini e opere idrauliche, il Po ha continuato a manifestare la sua forza indomabile nel corso dei secoli, con un susseguirsi di piene e alluvioni che si estende dal 204 a.C. fino ai giorni nostri.

Le Origini della Fragilità Idraulica del Bacino Padano
La storia idraulica del Po è intrinsecamente legata alla complessa e fragile rete idrografica della bassa pianura padana. Lungo la riva destra del fiume, tra la foce dell'Enza e il Mar Adriatico, si snoda un sistema di corsi d'acqua che, provenienti dall'Appennino, si dirigono a pettine verso il Po. Questo intricato sistema, come minuziosamente ricostruito dallo storico Franco Cazzola nel suo volume "Uomini e fiumi", è stato profondamente segnato da eventi idrologici di portata catastrofica.
Fino all'XI secolo, il Po seguiva un tracciato diverso da quello attuale. Dopo Ostiglia, il fiume deviava decisamente verso sud, passando per Bondeno e Ferrara, per poi dividersi in due rami principali: il Volano a settentrione e il Primaro a meridione, che sfociavano nell'Adriatico. I numerosi affluenti appenninici, incontrando un alveo del Po rialzato rispetto al piano di campagna, tendevano a espandere le proprie acque nelle terre circostanti, formando un vasto sistema di valli acquitrinose e boschive noto come Padusa.
Un punto di svolta cruciale nella storia idraulica del Po fu la rotta di Ficarolo, avvenuta a partire dal 1152 per circa un ventennio. Questo evento diede origine a una nuova asta fluviale, il cosiddetto Po di Venezia, che seguiva un percorso più settentrionale, attraversando l'intera provincia di Rovigo e sfociando in mare molto più a nord del ramo di Primaro. Secondo l'ingegner Giovanni Veronesi, senza la rotta di Ficarolo, la Padusa si sarebbe col tempo bonificata trasformandosi in un fertile altopiano. Al contrario, lo sviluppo del Po di Venezia accrebbe la precarietà dell'intero settore meridionale della pianura padana, in particolare del triangolo situato tra le province di Bologna, Ferrara e Ravenna. La diminuita velocità della corrente nel vecchio Po provocava un accumulo di sedimenti e un conseguente innalzamento generale dell'alveo, fenomeno noto come aggradazione. Questo processo ostacolava il deflusso delle acque del vecchio Po e influenzava negativamente il regime idraulico dei principali affluenti appenninici, causando rotte sempre più frequenti.

La Lenta Dominazione del "Po di Venezia" e le Conseguenze
Ci vollero alcuni secoli prima che il corso attuale del fiume prendesse il sopravvento sul Po di Ferrara. Ancora nel Trecento, solo un quarto delle acque prendeva la via settentrionale, mentre i tre quarti continuavano a scorrere tra Volano e Primaro. Tra il Quattrocento e il Cinquecento, la maggiore brevità del tracciato settentrionale indusse il progressivo interramento del cosiddetto Po di Ferrara. Gli Estensi attuarono numerosi sforzi per impedire il prosciugamento di questa via d'acqua, deviando il Reno fino alla località Porotto nel tentativo di rivitalizzare il Po di Ferrara. Tuttavia, l'immissione delle acque torbide del Reno aggravò l'insabbiamento del vecchio corso d'acqua, peggiorando la frequenza degli eventi alluvionali. Tra il 1522 e il 1542, il Po di Ferrara ruppe gli argini per ben 40 volte. Fu così che nel 1604 si recise il legame dell'antico ramo di Primaro con il Reno, il quale tornò ad allagare le valli circostanti.
Un destino diverso ebbe il Panaro, altro grande affluente di destra del Po. Sebbene vi fosse stato un tentativo di indirizzare il corso d'acqua modenese verso il Po di Ferrara, le continue rotte portarono, nel 1638, alla decisione di deviare tutti i principali fiumi dell'Emilia-Romagna, ad eccezione del Reno, verso il Po grande di Venezia. Da quel momento, le correnti del ramo settentrionale di Volano furono alimentate esclusivamente da acque di scolo, riducendo tale braccio a un naviglio a malapena navigabile.
La storia del Fiume Po 17.07.2015
La Lenta Lavorazione della Terra e le Nuove Sfide
Tra il XVIII e il XIX secolo, la bonifica del territorio emiliano-romagnolo conobbe una significativa accelerazione. Attraverso la costruzione di una fitta rete di scolmatori, canali e opere ingegneristiche, si cercò di alleggerire la portata massima dei fiumi, riducendone tracimazioni e rotte. Le acque stagnanti della bassa pianura furono convogliate in un sistema irriguo capace di drenare i fluidi e derivare acqua per le colture estive. Un caso emblematico fu il risanamento della Burana, una vasta area tra le province di Mantova, Modena e Ferrara. Anticamente, le acque di questa zona scolavano nel Po di Ferrara, ma il progressivo innalzamento del letto fluviale rese il sistema di drenaggio inefficace. Durante le piogge più intense, alcune località si trovavano al di sotto del piano di campagna, ricevendo le acque di scolo della pianura sovrastante.
Numerosi progetti furono proposti per risolvere il problema, tra cui la costruzione di un canale che avrebbe dovuto trasportare le acque reflue della Burana fino al vecchio delta del Po. Tuttavia, questi progetti incontrarono ostacoli e furono interrotti. Dopo l'Unità d'Italia, le bonifiche ripresero con vigore grazie alla legge promossa nel 1882 dal ministro Alfredo Baccarini. Questa normativa prevedeva il risanamento di vaste aree con l'obiettivo di migliorare le condizioni igienico-sanitarie del Paese, potenziando il ruolo dei consorzi di bonifica e rafforzando la funzione del Genio civile.

L'Impatto Antropico e i Cambiamenti Climatici
Dalla seconda metà del Settecento, nonostante l'avanzamento delle bonifiche, emersero "nuovi squilibri" che pregiudicavano l'efficacia dell'azione bonificatoria. Molti studiosi dell'epoca ritenevano che i grandi disboscamenti in montagna e i dissodamenti in pianura aggravassero il fenomeno del dissesto idrogeologico, aumentando la velocità con cui le acque si dirigevano a valle. Lombardini, riprendendo le considerazioni di illustri scienziati, riteneva che i rimboschimenti, coadiuvati dalla presenza di briglie fluviali, potessero moderare l'affluenza delle acque. Altri esperti, invece, puntavano il dito contro l'irreggimentazione del sistema fluviale, che costringeva a edificare argini sempre più alti. Maurizio Brighenti sosteneva che la causa di allagamenti e rotte del Po fosse unicamente attribuibile alla progressiva canalizzazione dell'alveo.
In realtà, entrambi coglievano aspetti fondamentali del problema. Da un lato, l'espansione delle aree coltivate e i massicci disboscamenti alteravano la capacità del suolo di drenare le acque e accrescevano il fenomeno dell'erosione superficiale. Di fronte a intense piogge, i terreni, privati del manto vegetale, tendevano a depositarsi negli alvei fluviali, determinando la crescita delle altezze idrometriche. Dall'altro lato, l'innalzamento degli argini e le canalizzazioni rendevano il reticolo idrico più rigido e vulnerabile, impedendo la naturale espansione dei fiumi verso le aree golenali. Ciò provocava l'aumento della velocità delle acque e il sollevamento delle altezze di piena.
A ciò si aggiunse, durante la cosiddetta "piccola era glaciale" (1450-1850), un deciso peggioramento climatico con l'intensificazione di precipitazioni nevose e piovose. A partire dal XVI secolo, a fronte di un aumento delle precipitazioni, si registrarono profonde trasformazioni demografiche, economiche ed istituzionali che incisero sulla crescita dei fenomeni alluvionali. L'aumento della popolazione, il disboscamento dei versanti, la bonifica delle aree umide e la crisi del sistema di manutenzione degli argini provocarono ingenti modificazioni nell'assetto territoriale. Nel corso del Seicento, lungo il Po di Venezia, si annoverarono quattro grandi inondazioni, che crebbero a otto nel Settecento e dieci nell'Ottocento.

Le Grandi Piene del Novecento e le Sfide Attuali
Ancora oggi, le regioni della pianura padana sono tra le più esposte al rischio alluvionale. L'Emilia-Romagna, in particolare, rappresenta il territorio italiano più vulnerabile per le inondazioni. Dati recenti segnalano come una percentuale significativa della superficie regionale presenti un rischio idraulico elevato o medio, legata alla presenza di una complessa rete di collettori e corsi d'acqua minori, tratti arginati spesso lungo alvei stretti e pensili, e regimazioni e rettifiche nei tratti di pianura. Se a ciò si aggiunge la percentuale di superficie interessata da frane, si scopre che l'Emilia-Romagna è la regione italiana a maggior rischio idrogeologico.
Dopo le disastrose inondazioni del Po del 1872 e 1879, la prima grande alluvione del XX secolo si verificò alla fine di ottobre del 1907. Tuttavia, eventi storici di particolare rilievo si sono verificati anche in epoche più recenti. La piena del 2000, ad esempio, è stata definita storica, addirittura superiore a quella del 1951, causando molta apprensione e allarme, fortunatamente senza danni irreparabili. In quell'occasione, l'idrometro cittadino di Piacenza toccò i 10 metri e 50 centimetri, una massa d'acqua che suscitò l'attenzione dei maggiori media giornalistici italiani. Le aree golenali, come quella di Calendasco, furono soggette a una forte pressione delle acque, richiedendo l'intervento di volontari, del Genio militare e la realizzazione di opere di difesa come i fontanazzi. La grande draga ancorata accanto all'argine maestro a Bosco del borgo si trovava in un muro d'acque vicino agli 11 metri, l'altezza massima di contenimento arginale. Il colmo della piena transitò oltre le sponde lombarde e piacentine, e di lì a qualche ora il Po iniziò lentamente a dare segnali di calo, mostrando ancora una volta la forza e la maestosità dell'antico Eridano.
Le alluvioni storiche del Po, specialmente quelle avvenute in autunno, hanno una caratteristica peculiare: a partire dall'Ottocento e fino al 1951, il livello massimo di ogni piena ha quasi sempre superato quello precedente. Questo fenomeno è stato oggetto di dibattito tra gli studiosi, che hanno cercato di individuarne le cause. Dati così vecchi sulle precipitazioni non sono disponibili, ma si ritiene che il clima fosse generalmente fresco e piovoso. Inoltre, le attività umane come il crescente disboscamento hanno favorito il ruscellamento dell'acqua e il trasporto di detriti verso il Po, mentre il fiume è stato costretto entro uno spazio sempre più ridotto per recuperare nuovi terreni agricoli.
Nei tempi più recenti, il Po si è mantenuto grossomodo sui livelli raggiunti nel 1951. Sebbene le precipitazioni in Italia siano in calo da molti decenni, e il 2000 sia stato complessivamente secco, il fiume si è gonfiato come nel 1951. Questo fenomeno è probabilmente legato a una combinazione di fattori. Da un lato, si è prestata attenzione a non restringere ulteriormente l'alveo del fiume. Dall'altro, si è invertita la tendenza alla riduzione dei boschi nelle zone montuose e collinari del bacino del Po, che tendono a occupare coltivi abbandonati. Tuttavia, la cementificazione del territorio, che convoglia direttamente nel fiume e nei suoi affluenti tutta l'acqua non più assorbita dal terreno, rappresenta una dinamica da indagare e una storia ancora tutta da scrivere, che potrebbe contribuire a spiegare la persistente furia del Po anche in assenza di piogge eccezionali.
